Mortara, dopo 39 anni la verità sul caso Ancona: «Non fu suicidio, ma omicidio»
MORTARA – Per quasi quarant’anni quella morte era stata archiviata come un suicidio. Ma Francesco Ancona, l’operaio edile di 48 anni trovato senza vita l’11 febbraio 1987 lungo la strada provinciale che collega Mortara a Ceretto, non si tolse la vita. Fu ucciso. A confermarlo è la consulenza autoptica della professoressa Cattaneo, depositata in questi giorni nell’ambito dell’inchiesta riaperta dalla Procura della Repubblica di Pavia. Una conclusione che ribalta la ricostruzione degli investigatori dell’epoca e conferma i sospetti che i familiari avevano manifestato fin dalle prime ore successive al ritrovamento del cadavere.
A rendere noti i risultati degli accertamenti è il procuratore della Repubblica Fabio Napoleone, attraverso un comunicato datato giovedì 29 ottobre. Il documento contiene elementi che restituiscono una dimensione completamente diversa alla morte dell’uomo. Francesco Ancona venne colpito ripetutamente alla testa con un corpo contundente, cercò inutilmente di difendersi e fu successivamente investito da un’automobile. Non solo. Sul corpo e sugli indumenti sono state rilevate tracce di benzina, compatibili con un tentativo, non riuscito, degli aggressori di disfarsi del cadavere.
La consulenza, affidata nel luglio 2025 alla professoressa Cattaneo per approfondire le cause della morte, ha individuato una lesione da difesa alla mano sinistra della vittima. Un particolare che assume un significato decisivo nella ricostruzione degli ultimi momenti di vita dell’operaio. Secondo quanto riferisce la Procura, gli accertamenti confermano che il decesso non può essere attribuito a un gesto volontario, come invece era stato ipotizzato nel 1987, ma a una violenta aggressione compiuta da terzi.
Cade anche un altro elemento sul quale si era fondata l’originaria interpretazione della vicenda. La consulenza non ha riscontrato evidenze di una sindrome depressiva di cui l’uomo avrebbe sofferto, circostanza che aveva contribuito a sostenere l’ipotesi del suicidio.
Per comprendere la portata delle conclusioni raggiunte dagli esperti bisogna tornare a quel mercoledì di febbraio del 1987. Il corpo di Francesco Ancona venne ritrovato sul ciglio della provinciale 26, la strada che da Mortara conduce a Ceretto. Era nato nel 1939 a Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, e si era trasferito in Lomellina con la moglie Giovanna Navarra e i tre figli, Maria, Antonino e Giuseppa. Dopo aver abitato a Zerbolò, la famiglia si era stabilita a Mortara, in via Molino Prete Marcaro.
Ancona lavorava nell’edilizia, ma in quel periodo era disoccupato e alle prese con alcune vertenze per il recupero di stipendi arretrati. Aveva inoltre problemi fisici riconducibili a un precedente incidente automobilistico. Una situazione personale complicata, alla quale si aggiungevano difficoltà coniugali, che aveva contribuito a indirizzare gli investigatori verso l’ipotesi di un gesto estremo.
Eppure, fin dal primo momento, qualcosa non tornava. Le ferite erano concentrate sulla testa, mentre gli abiti risultavano sostanzialmente intatti. Il cadavere era stato rinvenuto lungo una strada trafficata, nonostante nessuno sembrasse essersi accorto della sua presenza durante la notte. Soprattutto, i familiari non avevano mai accettato la spiegazione del suicidio.
«Mio padre, nelle sue condizioni di salute, non avrebbe mai potuto raggiungere quel posto da solo», aveva dichiarato all’epoca la figlia Maria Ancona ai cronisti locali. Una frase che, riletta alla luce delle conclusioni della consulenza, assume oggi un significato particolare.
L’ultima giornata conosciuta dell’operaio risale al 10 febbraio 1987. Nel pomeriggio aveva raggiunto con la moglie la stazione ferroviaria di Mortara. I due erano saliti sul treno delle 17.38 diretto a Vigevano, dove si erano separati per sbrigare alcune commissioni. Francesco doveva recarsi alla Camera del lavoro per questioni legate alla sua situazione occupazionale. L’accordo era di ritrovarsi alla stazione per tornare insieme a Mortara.
Secondo il racconto che la moglie aveva fornito agli investigatori, l’uomo non si era presentato all’appuntamento. Giovanna Navarra aveva atteso fino a dopo le 20, telefonando anche alla Camera del lavoro, dove le era stato riferito che il marito era già uscito. Tornata a casa senza trovarlo, aveva denunciato la scomparsa ai carabinieri. La mattina seguente, intorno alle 11, i militari le avevano comunicato il ritrovamento del cadavere.
Il caso era stato classificato come suicidio e per decenni non aveva conosciuto sviluppi significativi. A rimettere in discussione quella conclusione sono stati gli elementi acquisiti dalla Procura di Trapani nell’ambito di un diverso procedimento giudiziario, riguardante un presunto tentativo di omicidio ai danni di Antonino Ancona, figlio della vittima.
Gli atti trasmessi alla Procura di Pavia hanno portato alla riapertura delle indagini nel settembre 2024. Nell’estate del 2025 l’inchiesta aveva fatto registrare un passaggio importante, con l’iscrizione nel registro degli indagati di Giovanna Navarra, moglie della vittima, e di Domenico Scarfò, conoscente della famiglia residente a Vigevano.
L’ipotesi investigativa, illustrata nell’agosto 2025, era quella di un’aggressione preceduta da un possibile avvelenamento, seguita da colpi inferti con un oggetto contundente, dall’utilizzo di benzina e da un investimento con un mezzo pesante. Un quadro accusatorio ancora da verificare nei suoi singoli elementi e che, almeno per quanto riguarda la dinamica generale dell’aggressione, trova oggi nuovi riscontri nella consulenza autoptica.
La Procura, nel comunicato diffuso oggi, non attribuisce però responsabilità definitive a singole persone. Precisa invece che gli accertamenti hanno consentito di ricostruire anche l’anomalo stato di debolezza fisica riscontrato nella vittima negli ultimi giorni di vita, compatibile con un tentativo di avvelenamento.
Resta inoltre aperta la questione del movente. Gli investigatori valuteranno la sua possibile connessione con la scoperta di una relazione extraconiugale della moglie di Francesco Ancona. Si tratta di una pista investigativa che dovrà essere ulteriormente verificata, non di una conclusione giudiziaria.
Il comunicato della Procura aggiunge un altro elemento significativo: i figli dell’operaio avevano manifestato immediatamente sospetti sulla natura violenta della morte del padre e sulla possibile riconducibilità del fatto a due persone indagate. Nonostante ciò, le indagini dell’epoca si erano orientate verso il suicidio.
Adesso, dopo quasi quarant’anni, la ricostruzione cambia radicalmente. I risultati degli accertamenti medico-legali forniscono un importante sostegno all’ipotesi dell’omicidio, ma non chiudono ancora il capitolo delle responsabilità penali. La Procura di Pavia precisa infatti che le indagini, riaperte grazie agli elementi emersi nel procedimento relativo al presunto tentato omicidio del figlio della vittima, sono prossime alla conclusione.
La morte di Francesco Ancona, rimasta per decenni sotto l’etichetta di suicidio, torna così a essere al centro di un’inchiesta per omicidio. E quella domanda che i familiari avevano sollevato già nel febbraio 1987 trova finalmente una risposta sul piano medico-legale: Francesco Ancona non si uccise. Qualcuno lo aggredì. Resta da accertare, nelle sedi giudiziarie, chi ne sia responsabile.