Riso a dazio zero da Cambogia e Myanmar, l’Ente Risi attacca Bruxelles: «Concorrenza sleale sulla pelle dei lavoratori»
MORTARA – Riso importato senza dazi da Paesi segnati da lavoro minorile, violenze, repressione politica e gravi violazioni dei diritti umani. Mentre gli agricoltori italiani devono rispettare norme sempre più severe in materia di sicurezza, sostenibilità ambientale e utilizzo dei fitofarmaci. È questa la contraddizione denunciata dall’Ente Nazionale Risi, che torna all’attacco delle politiche commerciali dell’Unione europea e chiede a Bruxelles di interrompere le agevolazioni tariffarie concesse a Cambogia e Myanmar. Una battaglia che riguarda direttamente anche la Lomellina, uno dei principali territori risicoli italiani, dove la concorrenza delle produzioni asiatiche rappresenta da tempo una delle preoccupazioni del settore agricolo.
A sollevare nuovamente la questione è la presidente dell’Ente Nazionale Risi, Natalia Bobba, che richiama due documenti delle Nazioni Unite pubblicati nell’agosto scorso. I rapporti descrivono un quadro drammatico delle condizioni dei diritti umani nei due Paesi asiatici, entrambi beneficiari del sistema commerciale europeo EBA, acronimo di Everything But Arms, letteralmente «Tutto tranne le armi». Si tratta di un regime che permette ai Paesi meno sviluppati di esportare nell’Unione europea senza dazi doganali e senza limiti quantitativi, con l’obiettivo di favorirne lo sviluppo economico. Le agevolazioni sono tuttavia subordinate al rispetto di fondamentali convenzioni internazionali.
Ed è proprio su questo punto che si concentra la contestazione dell’Ente Risi. Secondo l’organismo nazionale, l’Europa continua a garantire condizioni commerciali particolarmente favorevoli a economie nelle quali vengono documentate violazioni gravissime dei diritti fondamentali, mentre impone ai propri produttori costi e obblighi che non trovano un equivalente nei Paesi esportatori.
Il primo documento richiamato è il rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, diffuso il 25 agosto, che descrive un ulteriore aggravamento della situazione in Myanmar. Tra giugno 2025 e maggio 2026, il Paese è stato teatro di violenze contro la popolazione civile, attacchi aerei, incendi di villaggi, espropri e persecuzioni contro la minoranza Rohingya. Le responsabilità delle violazioni vengono attribuite a diversi attori armati, comprese le forze della giunta militare e gruppi impegnati nel conflitto.
Particolarmente impressionanti sono le testimonianze riguardanti il lavoro forzato e lo sfruttamento dei bambini, alcuni dei quali di appena sei anni, costretti a svolgere attività pesanti e pericolose. Il rapporto denuncia inoltre torture e gravi conseguenze ambientali legate allo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, con sostanze tossiche che contaminano terreni agricoli e compromettono la produttività delle coltivazioni.
Non meno preoccupante è la situazione della Cambogia. Il 5 agosto il relatore speciale delle Nazioni Unite Thomas Andrews ha denunciato le restrizioni alle libertà fondamentali, segnalando che oltre cento persone potrebbero trovarsi in carcere per aver esercitato i propri diritti di espressione, riunione e associazione. Alle preoccupazioni per la repressione politica si aggiungono quelle legate alle organizzazioni criminali dedite alle truffe informatiche e alla tratta di esseri umani. Il quadro è ulteriormente aggravato dalle tensioni al confine con la Thailandia, che hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare le proprie abitazioni.
Di fronte a questa situazione, la presidente Bobba chiede all’Unione europea un cambio di rotta immediato. «I dati certificati dalle Nazioni Unite non lasciano spazio a interpretazioni o temporeggiamenti: in Myanmar e Cambogia non siamo di fronte a semplici criticità di transizione, ma a violazioni sistematiche della dignità umana, a lavoro minorile, espropri violenti e devastazione ambientale usata come arma economica. È intollerabile che l’Unione europea consenta l’ingresso a dazio zero di centinaia di migliaia di tonnellate di riso da teatri di guerra e repressione, continuando a garantire vantaggi commerciali pensati per la cooperazione a regimi che finanziano il terrore e la violenza».
La questione umanitaria si intreccia così con quella economica. Per i produttori italiani, e in particolare per le aziende agricole della Lomellina, il problema è la mancanza di reciprocità nelle condizioni di produzione. Le imprese europee sono chiamate a sostenere investimenti per rispettare le norme ambientali, garantire la sicurezza dei lavoratori e utilizzare soltanto i prodotti fitosanitari autorizzati. Obblighi che comportano costi e che, secondo l’Ente Risi, rendono ancora più difficile competere con le importazioni provenienti da Paesi nei quali le condizioni sociali e ambientali possono essere profondamente diverse.
«Ai nostri risicoltori Bruxelles impone le regole più severe del pianeta in materia di sostenibilità, benessere dei lavoratori e restrizioni sui fitofarmaci. Poi, però, apre le porte al dumping sociale ed ecologico di nazioni che azzerano i costi di produzione sfruttando bambini e danneggiando l’ambiente. Questo non è libero commercio: è concorrenza sleale legalizzata sulle spalle delle vittime e delle nostre imprese», denuncia Bobba.
Il nodo riguarda anche l’efficacia degli strumenti europei di protezione del mercato. Il nuovo regolamento sulle preferenze tariffarie prevede una clausola di salvaguardia specifica per il riso, destinata a consentire la reintroduzione dei dazi quando le importazioni superano determinate soglie. Per il 2027 i livelli di riferimento sono fissati a 216.047 tonnellate per la Cambogia e 171.862 per il Myanmar. Numeri che aiutano a comprendere le perplessità espresse dal settore risicolo italiano sull’effettiva capacità del meccanismo di prevenire squilibri commerciali.
Secondo la presidente dell’Ente Risi, però, non basta intervenire quando la pressione delle importazioni diventa insostenibile. «La clausola di salvaguardia automatica con le sue soglie attuali è un’arma spuntata che scatta solo a disastro già avvenuto», sostiene Bobba, che chiede alla Commissione europea di avviare immediatamente la revoca delle preferenze tariffarie EBA per i due Paesi.
Una richiesta che chiama in causa direttamente la coerenza delle politiche comunitarie. L’Unione europea dispone infatti di strumenti per sospendere le agevolazioni commerciali in presenza di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani. Nel caso della Cambogia è già intervenuta nel 2020, revocando parte dei benefici tariffari, senza però estendere il provvedimento all’intero sistema delle esportazioni.
Per la risicoltura della Lomellina, la questione non riguarda soltanto il prezzo del prodotto importato. In gioco ci sono le condizioni nelle quali le aziende agricole europee devono competere sul mercato e il valore economico degli obblighi ambientali e sociali richiesti ai produttori. Regole che, secondo l’Ente Risi, rischiano di trasformarsi in uno svantaggio competitivo se non vengono accompagnate da condizioni commerciali coerenti.
«Non possiamo permettere che il riso consumato sulle tavole europee sia macchiato da una simile catastrofe umanitaria così come non possiamo permettere che il lavoro dei nostri risicoltori sia minato da un sistema tariffario che va a vantaggio di economie che operano nel più totale disprezzo dei diritti umani», conclude Bobba.
La richiesta è ora sul tavolo delle istituzioni europee. Il punto sollevato dall’Ente Risi è destinato a riaccendere il confronto tra le esigenze di sviluppo dei Paesi più poveri e la tutela di una filiera produttiva che, in Italia e in Lomellina, è chiamata a rispettare standard sempre più elevati. Con una domanda di fondo: fino a che punto può essere considerata equa una concorrenza nella quale le regole non sono uguali per tutti?