Il futuro dell’agricoltura lomellina: sorgo al posto del riso...
Dal 2022, anno della tragica siccità nelle campagne lomelline, l’acqua scarseggia e, di conseguenza, secondo i detrattori della sommersione, non ci sarebbe per l’intera stagione irrigua, da aprile ad agosto. “E dunque la risaia stabile non può essere eterna: di fronte alla siccità nelle campagne, si dovrà tornare alla rotazione con coltivazioni meno idroesigenti”. La pensa così Graziano Rossi, che nell’ateneo pavese è professore ordinario di Botanica ambientale e applicata al Dipartimento di Scienze della terra e dell’ambiente, e presidente del corso di laurea magistrale in Sostenibilità agroalimentare. Il suo concetto è destinato a scuotere il fervente dibattito fra sostenitori e detrattori della risaia in sommersione primaverile.
Rossi si dice contrario alla sommersione primaverile “perché il riso non è una pianta acquatica: da molti decenni i nostri risicoltori utilizzano la pratica della sommersione all’inizio della primavera per consentire alle piantine di germinare alla stessa temperatura, ma con i tempi che corrono ciò non è più attuabile. Nel 2022 il meteorologo Mario Giuliacci arrivò a Pavia per una conferenza in università usando parole molto impopolari: «Questa è la prima grande siccità, ma non sarà l’ultima. Dovete cambiare la coltivazione del riso». Fu molto diretto e profetico”.
Ogni ettaro di risaia richiede circa 20mila litri d’acqua a stagione, con un’altezza media di sommersione di dieci centimetri. “La sommersione perenne – aggiunge – consente di avere condizioni ambientali uniformi: è un fatto di comodità per l’agricoltore, un vantaggio indubbio, ma oggi non c’è più acqua sufficiente per le risaie fra Piemonte e Lombardia. A chi non vuole abbandonare la sommersione, posso consigliare di seminare prima possibile: oggi la semina ritardata può diventare pericolosa perché non garantisce il termine del ciclo vegetativo della pianta”.
Oggi la gran parte di superfici a risaia è coltivata a file interrate. “È una pratica dominante – dice Rossi – perché il comparto risicolo è costretto a usare molta meno acqua rispetto al passato: in poche parole, ci si deve adattare alle nuove e imprescindibili condizioni climatiche. Discorso diverso per il riso biologico, che usa molto l’acqua per il controllo delle infestanti, ma credo che anche questo settore andrà incontro a qualche difficoltà”. In Lomellina, due anni fa, si aprì la strada alle Tecniche di evoluzione assistita (Tea). “Giunti a questo punto – aggiunge – ritengo che non si debbano chiudere le porte alla sperimentazione in campo aperto: le piante di riso ottenute mediante Tea a Mezzana Bigli sono un apripista positivo e quantomeno necessario. La ricerca sviluppata va sempre sostenuta e, allo stesso tempo, vanno respinte le contrarietà basate solo su motivazioni ideologiche: mai fermare la sperimentazione”. E sul ricorso ai pozzi privati? “Posso capire che siamo in emergenza, ma il settore è regolamentato da Provincia e Regione. Se ogni risicoltore si costruisse un pozzo, la falda acquifera scenderebbe a livelli mai registrati e sarebbe davvero la fine”. Questa, dunque, la ricetta per le risaie secondo Graziano Rossi: “Prima di tutto, usare la sommersione invernale per impinguare la falda in vista dei mesi primaverili. Poi tornare alla rotazione abbandonando la risaia stabile, soprattutto nei terreni sabbiosi: inoltre, si dovrebbe sostituire gradualmente il mais con il sorgo. Questo per utilizzare al meglio la poca acqua che abbiamo già oggi e che avremo negli anni a venire”.
Umberto De Agostino