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MORTARA - Per Piero Maccaferri è, prima di tutto, un ritorno a casa. 
Non alla Cilavegna, dove nacque nel 1916 e dove continuò a vivere, ma a quella Mortara che divenne la sua città d’adozione: qui insegnò arte per gran parte della sua esistenza, qui contribuì a costruire un ambiente culturale, qui molte sue opere vennero donate o messe all’asta per iniziative benefiche. Eppure proprio Mortara, osservava già anni fa una ricostruzione dedicata al pittore, gli aveva riservato più raramente quel risalto ottenuto in sedi artistiche più importanti. 
Ha perciò un significato che supera quello di una semplice esposizione «Dalla cattedra all’atelier. Il Novecento figurativo di Piero Maccaferri 1916-1992», la mostra che sarà inaugurata sabato 17 ottobre alle 10 e 30 alla biblioteca civica «Francesco Pezza – Civico.17» di via Vittorio Veneto. 
Interverrà Giuseppe Castelli e le opere resteranno esposte fino al 24 ottobre.
Il titolo mette insieme le due vite di Maccaferri. Da una parte il professore, dall’altra l’artista. Due percorsi che a Mortara finirono per procedere quasi parallelamente.
Nato a Cilavegna il 25 gennaio 1916, figlio del capomastro Antonio e di Maria Maddalena Lino, titolare di un negozio di alimentari, cominciò giovanissimo a disegnare e dipingere, utilizzando persino le cassette vuote del negozio materno. 
Dopo le elementari frequentò proprio a Mortara l’avviamento professionale, quindi si trasferì a Milano per il liceo artistico e l’Accademia di Brera. 
Qui ebbe come maestri Aldo Carpi e Achille Funi per la pittura e Benvenuto Disertori per l’incisione e frequentò, tra gli altri, Ennio Morlotti e Trento Longaretti. 
Il talento si manifestò presto. 
Nel 1939 collaborò alla Mostra leonardesca di Milano e l’anno successivo vinse il primo premio al premio Hayez. Il suo nome compare inoltre nella documentazione della VII Triennale di Milano del 1940: gli archivi di Lombardia Beni Culturali lo registrano tra gli artisti che collaborarono con Filiberto Sbardella alla grande tempera realizzata per lo scalone e il vestibolo superiore del Palazzo dell’Arte. 
Poi arrivò la guerra. Nel 1941 fu inviato in Africa settentrionale e fatto prigioniero dagli inglesi. Dal campo 308 di Amria passò ad Alessandria d’Egitto, dove continuò comunque a lavorare: entrò in un circolo artistico italiano, realizzò soprattutto ritratti e nel 1946 partecipò al Salon di Alessandria. 
In Egitto conobbe anche Marco Vellani Marchi, pittore e inviato del «Corriere della Sera», con il quale mantenne in seguito rapporti di amicizia e stima. 
Quando rientrò in Italia, nell’agosto del 1946, lasciò in Egitto numerosi lavori, compreso un progetto per affreschi destinati a una chiesa del Cairo. Ricominciare non fu semplice. 
La Milano artistica che aveva lasciato sei anni prima era cambiata, ma già nel maggio 1947 Piero Maccaferri riuscì ad allestire una personale alla galleria Borromini, presentando le opere di quello che avrebbe definito il suo «periodo rosso». Un anno dopo arrivò uno degli snodi decisivi anche per Mortara: nel 1948 vinse la cattedra di disegno alla scuola media statale «Luigi Travelli», insegnando successivamente anche al liceo scientifico cittadino. La cattedra, però, non lo allontanò dall’atelier. Continuò a dipingere, disegnare e incidere, esponendo in Italia e all’estero. 
Milano, Parma, Udine, Ferrara, Vigevano e Mortara, ma anche Stoccolma, Göteborg, Londra, Malta e Città del Capo compaiono nella geografia della sua attività espositiva. Nel 1959 vinse il premio Bottigella a Pavia; nel 1964 arrivarono il Premio Italnord a Vigevano e soprattutto il primo premio Assisi per l’incisione San Francesco e Sorella Luna, una calcografia a cera molle il cui riconoscimento gli venne consegnato da Paolo VI a Castel Gandolfo. È soprattutto nell’incisione che una parte della critica ha individuato uno dei vertici del suo lavoro. Raffaele De Grada, nel testo riproposto quest’anno in occasione della mostra «La luce e i colori di un secolo», allestita dal 24 gennaio al primo febbraio al castello di Vigevano, sottolineava la straordinaria energia del suo segno e collocava la forza di Piero Maccaferri disegnatore e incisore nel solco della grande tradizione figurativa. 
Proprio l’incisione fu al centro anche delle Dodici fatiche di Ercole, ciclo successivamente riproposto nel 2015 a Castello d’Agogna in una mostra curata dallo stesso Giuseppe Castelli.