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Oggi la quattrocentesca chiesa di San Dionigi è poco più che un rudere. 
Ma sotto la polvere della memoria c’è una storia tutta da scoprire che getta una nuova luce (e forse una piccola ombra) sulla figura illuminata di monsignor Luigi Dughera. 
Un racconto che dà ancora più umanità terrena alla grandezza di Dughera, che non riuscì mai a coronare il suo sogno di realizzare una canonica sul sedime della chiesa di San Dionigi (che voleva demolire). Ma prima di arrivare all’epilogo che oggi è sotto gli occhi di tutti, c’è da compiere un viaggio a retro nel tempo. 
Una cavalcata che si articola in tre importanti fasi architettoniche, l’incontro con la bizzarra «movida» organizzata dai religiosi e, infine, la lettera firmata monsignor Dughera che parla di San Dionigi come un «pleonasma». L’indagine storica, accurata e appassionata, è firmata dalla sezione lomellina di Italia Nostra. 
Il recente «Notiziario n.37» dell’associazione, animata dal presidente onorario Giovanni Patrucchi e dal presidente Massimiliano Zaino, è arricchito dal fondamentale contributo di Mattia Paganini (socio di Italia Nostra). Il lavoro di Mattia Paganini consente di avvicinare una nuova lente di ingrandimento su un angolo della città attorno al quale sono poi sorti il municipio, la monumentale basilica gotica di San Lorenzo e l’ex oratorio di San Luigi. 
Attorno a tanta bellezza architettonica e storica c’è la facciata «rugosa» e scrostata della chiesa di San Dionigi, quasi sorretta dal suo campanile, di epoca più recente, datato 1596. La chiesa di San Dionigi è invece nata nel XV secolo grazie a Dionigi Maletta. 
“Maletta – è la documentata ricostruzione riportata dal Notiziario – chiedeva anche di essere nominato priore del Consorzio dei Poveri di San Dionigi e concordò di lasciare in eredità al Comune il patronato della chiesa. Fondò di fatto la Fabbriceria di San Dionigi. La chiesa fu demolita e ricostruita nello stesso luogo, presso il fossato del castrum. Maletta dispose poi di far edificare accanto alla nuova chiesa una cappella di proprietà della sua famiglia e dedicata a San Giovanni Battista, la cui più antica notizia si trova in una supplica a Pio II del 3 ottobre 1458. La vita pubblica di Mortara ha per secoli gravitato intorno agli edifici di San Dionigi e della sua Fabbriceria. Quelle case ospitarono a lungo la prima sede municipale, l’ospedale, la scuola di grammatica. La confraternita sotto il titolo della Vergine Annunziata o di San Dionigi fu canonicamente installata nella chiesa dall’anno 1456. Dai verbali delle cinquecentesche visite pastorali del vescovo di Vigevano Maurizio Pietra si apprende che, oltre all’altare di San Dionigi, esisteva in chiesa l’altare della Concezione, presso il quale il consorzio celebrava i propri uffici”. 
L’oratorio di San Dionigi e l’annessa cappella di San Giovanni Battista, che era ormai molto povera, furono visitati per l’ultima volta nel 1612 dal vescovo Giorgio Odescalchi, che decretò: “Dal momento che queste due chiese e confraternite di San Dionigi e di San Rocco sono contigue ed esigue nel numero dei loro consorziati, si uniscano entrambe e da due chiese e confraternite ne risulti una più grande. Di questa cosa fu anche discusso con i confratelli i quali dissero di essere soddisfatti di questa unione, a patto che la società fosse sotto il nome di San Dionigi, la quale è più antica, e a patto che i confratelli vestissero un abito di colore ceruleo e rimanessero alla società di San Rocco le sue indulgenze di cui gode grazie alla confraternita di Santa Maria del Carmelo che è stata lì eretta”. 
L’unificazione avvenne il 6 gennaio 1614. Due anni più tardi, nel 1616, iniziarono la costruzione e la fusione dei due edifici di culto, i quali hanno dato a San Dionigi l’attuale assetto. Del vecchio edificio si conserva solo il campanile, che era stato innalzato nel 1596. 
“Nella visita del 16 novembre 1621, il vescovo Francisco Romero trovò la chiesa non ancora completata, – prosegue il Notiziario – ma l’altare maggiore già ornato con un’immagine di San Dionigi; anche l’altare delle sante Agata, Lucia e Apollonia era da poco stato edificato per volontà del cappellano della chiesa Antonio Maria Guala, il quale lasciò una dote cospicua per maritare fanciulle nubili e un legato per la manutenzione dell’altare stesso; nella prima cappella a destra dell’altare era invece posta provvisoriamente l’immagine in rilievo della Madonna del Carmine e fu ordinato di costruire un altare in quel luogo o in un’altra cappella; il consorzio del Carmine si era installato proprio nella cappella di fronte. In preparazione della visita pastorale del 1669 fu poi compilato un dettagliato inventario della chiesa: l’altare maggiore era decorato da un’ancona dipinta con l’immagine dell’Annunciazione, sormontata al centro da un crocifisso; nella parte inferiore era raffigurata la Vergine Maria, affiancata dai santi patroni Dionigi e Lorenzo. L’altare della Madonna del Carmine aveva una nicchia decorata, al cui interno era custodita la statua della Vergine con il Bambino; la scultura, riccamente abbigliata, portava sul capo una corona d’argento e teneva in mano gli scapolari della devozione carmelitana. L’altare era incorniciato da due colonne in pietra dorata, con una cimasa che raffigurava Dio Padre. Infine, l’altare delle tre vergini presentava un dipinto che ritraeva, nella parte superiore, la Madonna con il Bambino, accompagnata dalle immagini delle sante Apollonia, Lucia e Agata, oggi conservato in San Lorenzo. Nel 1684 si contavano cinque altari: il maggiore e i quattro collocati nelle cappelle laterali, dedicati a san Dionigi, alla Madonna del Carmine, alle sante Lucia, Agata e Apollonia e a san Giovanni Battista; in quest’ultimo era stato trasferito il beneficio della famiglia Maletta, che si trovava nell’omonima chiesa. Il legame tra i Maletta e questo luogo sacro è ancora oggi testimoniato dai due stemmi familiari, incastonati sulla parete destra della chiesa. Nel 1689 fu interamente rifatto anche l’altare maggiore, con il rinnovo della sua pala. Nell’anno 1700 all’altare della Madonna del Carmine fu realizzata, per volontà del capitano Giuseppe Vago, un’ancona marmorea, che dal 1755 ospitò la nuova scultura lignea della Vergine, da allora detta la Madonna del Comune. Nel 1749 la chiesa era in stato di rovina, motivo per cui la confraternita, dato il numeroso concorso di devoti alle funzioni e processione della Madonna del Carmine, chiese al vescovo di impiegare le rendite per le riparazioni. Solo dopo la visita pastorale del vescovo Scarampi del 9 novembre 1759, i confratelli si radunarono e decisero di restaurare la chiesa a loro spese. La confraternita dell’Annunciata fu soppressa per disposizione governativa il primo agosto 1801 e la chiesa fu chiusa nel 1802”. 
Il 26 maggio 1807, per decreto del Governo italiano, fu però consentita a ogni parrocchia l’erezione di una confraternita sotto il titolo del Santissimo Sacramento. Il successivo 26 luglio San Dionigi fu allora riaperta al culto come succursale di San Lorenzo e in quel giorno si adunò per la prima volta la nuova confraternita maschile del Santissimo Sacramento. Il sodalizio, fondato con patenti del 23 luglio del vicario generale di Vigevano Benedetto Tornaghi, con il riconoscimento del parroco Fordalla, ma senza decreto ufficiale del vescovo, ereditava il titolo della secolare confraternita del Corpus Domini di San Lorenzo. Nei primi dell’Ottocento, per finanziare le proprie attività e le messe di suffragio, i confratelli si erano inventati un sistema molto discutibile. 
Organizzavano lotterie itineranti nei paesi vicini, con tanto di suonatori e balli pubblici che finivano per monopolizzare le «serate» dell’epoca. 
“Totalmente irregolare”, tuonava il prevosto Giovanni Calvi nel 1843. I consorziati facevano un po’ come voleva loro, ignorando le regole della parrocchia. Il vero punto di rottura arriva però nel Novecento. Già nel Notiziario dello scorso gennaio, Italia Nostra aveva giustamente definito monsignor Dughera come un parroco “illuminato”, un uomo dalla visione grandiosa. Ma nessun uomo, nemmeno i più grandi personaggi, è a una dimensione. Spesso gli spigoli sono altrettanto grandi. Per Luigi Dughera, San Dionigi era diventata un «pleonasma», un termine che forse non tutti conoscono, ma che voleva indicare un ostacolo ingombrante. La goccia che fece traboccare il vaso è legata ad un fatto di cronaca nera. La mattina del 17 giugno 1943, il sagrestano scoprì che la chiesa era stata scassinata, i vasi sacri rubati e le ostie gettate sulla tovaglia dell’altare. 
Nella lettera riservata inviata al vescovo il 2 luglio 1943 (riportata integralmente nel notiziario), il prevosto mostra tutta la sua determinazione. Voleva chiudere la chiesa, licenziare il sagrestano, definito «la causa prima e forse unica di tutto quanto è avvenuto» e spingere per la demolizione. 
L’obiettivo? 
Costruire lì la nuova canonica. 
“O la canonica si costruisce là, – sono le parole usate da monsignor Dughera – oppure io non ci metterò mai mano. A sua volta la popolazione attende una lezione”. 
Il vescovo approvò l’idea di salvare solo il piccolo campanile, lasciando i fedeli orfani della tradizionale festa della Madonna del Carmine (la cui statua lignea del 1755, detta «della Madonna del Comune», si trova oggi fortunatamente in San Lorenzo). 
La canonica di Dughera, alla fine, su quel sedime non sorse mai. 
San Dionigi è rimasta in piedi, quasi soffocata tra i palazzi di recente costruzione, sopravvivendo anche a un restauro abusivo e maldestro nel 1927. 
Nel 2009, alcuni scavi archeologici preventivi nell’abside hanno confermato l’incredibile stratificazione del sito, rivelando le fondamenta del 1440 orientate est-ovest, sopra le quali nel 1616 fu letteralmente ruotato l’edificio in senso nord-sud per adeguarlo allo sviluppo della città. 
Oggi il progetto di Italia Nostra di recuperare la struttura per farne l’estensione del Museo della Collegiata si è purtroppo arenato. 
Queste tre piazze contigue, continua a sostenere l’associazione, meriterebbero di essere valorizzate come un unico, grande polo culturale e urbanistico.

Luca Degrandi