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Ventimila euro pubblici al Comitato Sagra. Un ruolo centrale nell’organizzazione della manifestazione. Gli operatori chiamati a rapportarsi non soltanto con il Comune, ma anche con lo stesso Comitato. E poi il Consorzio di tutela del Salame d’Oca di Mortara IGP spinto a rinunciare al proprio ristorante autonomo per confluire in un unico grande tendone in piazza Monsignor Dughera. A poco più di un mese dalla Sagra del Salame d’Oca 2026, in programma dal 25 al 27 settembre, il modello che la nuova Amministrazione Farina sta costruendo comincia ad avere contorni abbastanza definiti. E proprio per questo cominciano anche le domande.

Il punto di partenza è l’incontro del 24 luglio in municipio, al quale hanno partecipato il sindaco Fabio Farina, l’assessore al Commercio e alle Manifestazioni Alberto Paglino, il presidente del consiglio comunale Sabrina Brombal, i rappresentanti del Comitato Sagra e quelli del Consorzio. È da quel tavolo che è uscita l’impostazione destinata a cambiare sensibilmente gli equilibri della festa: 20mila euro del Comune al Comitato per sostenere spese come pubblicità, spettacoli, attrezzature e materiale promozionale; un maggiore coinvolgimento dello stesso Comitato nella gestione degli operatori; la fusione dei due principali punti gastronomici legati all’oca.

L’Amministrazione precisa che sui 20mila euro pretende una rendicontazione puntuale. «Al centesimo», aveva assicurato Paglino a fine luglio. È una precisazione necessaria e positiva. Ma non esaurisce il problema. Perché quando un Comune decide di finanziare con una cifra consistente un soggetto privato e, contemporaneamente, di attribuirgli un peso decisivo nell’organizzazione del principale evento cittadino, la questione non riguarda soltanto le fatture che verranno presentate a ottobre. Riguarda anche il modello scelto, i criteri utilizzati e il grado di conoscenza che l’ente pubblico possiede dell’organizzazione che sta finanziando.

Prima domanda, quindi: perché proprio 20mila euro? Quale preventivo è stato presentato? Quale progetto economico sostiene quella cifra? Quali voci saranno ammesse al contributo e quali resteranno a carico del Comitato? Ma soprattutto: prima di decidere di riportare il Comitato al centro della Sagra, il Comune ha acquisito un quadro economico completo delle precedenti edizioni organizzate con quel modello?

È qui che la trasparenza diventa il vero tema politico. Nei materiali oggi disponibili non compare una ricostruzione analitica dei costi e dei ricavi delle vecchie edizioni gestite dal Comitato: entrate dagli espositori, sponsorizzazioni, contributi, pubblicità, spettacoli, allestimenti, fornitori. Questo non significa affermare che rendiconti non siano mai esistiti. Significa porre una domanda molto più semplice e molto più difficile da eludere: il Comune li possiede? E se li possiede, perché non rendere comprensibile quale fosse il costo reale della manifestazione e su quali basi sia stato deciso oggi un nuovo finanziamento da 20mila euro?

La questione diventa ancora più delicata quando si passa al plateatico. Lo scorso anno il meccanismo era lineare: gli operatori interessati a occupare il suolo pubblico si rapportavano con il Comune e con gli uffici competenti. In altre parole, la piazza era pubblica e il rapporto amministrativo era con il pubblico.

Nel 2026 la formula annunciata cambia. L’assessore Paglino ha spiegato che la richiesta dovrà essere inoltrata «insieme, sia al Comune che al Comitato», precisando però che il Comitato «non si mette a vendere l’occupazione del plateatico» ma «vende i servizi integrati per la Sagra».

Ed è proprio qui che la distinzione lessicale rischia di diventare più raffinata della realtà.

Se per partecipare alla Sagra un operatore deve passare anche attraverso il Comitato; se al Comitato spettano i cosiddetti servizi integrati; se lo stesso soggetto assume un ruolo organizzativo generale della manifestazione, resta da chiarire dove finisca la concessione comunale di suolo pubblico e dove inizi il pacchetto commerciale o organizzativo dell’associazione. E, soprattutto, quanto sia realmente libera la scelta dell’operatore.

Chi decide quali attività possono essere presenti? Il Comune o il Comitato? Qual è il costo del suolo pubblico e quale quello dei servizi? È possibile ottenere lo spazio senza acquistare questi ultimi? Le somme corrisposte per i servizi a chi vengono versate? Con quali tariffe? Stabilite da chi?

Non sono cavilli. Sono il cuore del sistema.

Perché chiamare qualcosa «servizio integrato» invece di «gestione del plateatico» non basta a spiegare chi eserciti concretamente il potere di selezionare, collocare e coordinare gli operatori. L’Amministrazione dovrà rendere il meccanismo molto più comprensibile di quanto non lo sia oggi. Anche perché la scelta rappresenta un netto cambio rispetto alla linea adottata negli ultimi anni.

E poi c’è il secondo grande nodo: il Consorzio di tutela.

Qui occorre partire da un dato spesso dimenticato. Il Consorzio non è una qualsiasi associazione che partecipa alla festa. È il soggetto che rappresenta il mondo produttivo legato al Salame d’Oca di Mortara IGP e che svolge una funzione di tutela e valorizzazione della denominazione. In altre parole, rappresenta proprio il prodotto attorno al quale la manifestazione è stata costruita.

Ed è qui che emerge un altro paradosso, forse ancora più significativo: il contenitore e il contenuto fanno capo a due soggetti differenti.

Il Comitato Sagra ha registrato il marchio “Sagra del Salame d’Oca”. Ha quindi nelle proprie mani il segno distintivo della manifestazione, il suo nome, il brand attraverso il quale la festa viene identificata e promossa. Ma il Salame d’Oca di Mortara IGP, cioè il prodotto che dà nome, identità e ragione stessa alla Sagra, appartiene a un piano completamente diverso: è una denominazione geografica protetta, con un proprio disciplinare e un proprio sistema di tutela, nel quale il Consorzio riveste un ruolo centrale.

Detto in modo semplice: il Comitato ha il marchio della festa, il Consorzio tutela il prodotto per il quale quella festa esiste.

La distinzione non è secondaria. Anzi, dovrebbe essere il punto dal quale partire per stabilire gli equilibri della manifestazione.

Il marchio “Sagra del Salame d’Oca” identifica infatti un evento. Il Salame d’Oca di Mortara IGP identifica invece un prodotto tutelato, legato al territorio e a precise regole di produzione. Sono due piani diversi che inevitabilmente si incontrano durante la Sagra, ma che non possono essere sovrapposti.

E soprattutto il possesso del marchio della manifestazione non può trasformarsi automaticamente in una sorta di primazia sul prodotto al quale la manifestazione è dedicata.

Da questo punto di vista diventa ancora più difficile comprendere perché sia proprio il Consorzio a dover ridimensionare la propria autonomia per entrare nel modello organizzativo predisposto attorno al Comitato.

Perché, volendo rovesciare la domanda, chi dovrebbe essere indispensabile a chi?

Il Salame d’Oca di Mortara IGP esiste indipendentemente dalla Sagra. Ha un disciplinare, produttori, una denominazione protetta e un organismo che ne cura la tutela. La Sagra, al contrario, è nata per promuovere quel prodotto. È la festa ad essere stata costruita attorno al salame d’oca, non il salame d’oca attorno alla festa.

È per questo che il rapporto tra i due soggetti dovrebbe essere particolarmente equilibrato. Il Comitato può legittimamente detenere il marchio della manifestazione e organizzarne attività e promozione. Ma il Consorzio dovrebbe altrettanto legittimamente mantenere una riconoscibilità forte e autonoma all’interno dell’evento dedicato al prodotto che rappresenta.

E invece nel 2026 rischia di accadere il contrario.

Nelle ultime edizioni il Consorzio organizzava autonomamente la propria “Locanda”, mentre il Comitato gestiva “Oche Bontà”. Due realtà distinte, anche fisicamente. Nel 2026 l’Amministrazione vuole modificare questo modello: le due esperienze dovrebbero confluire in un unico grande ristorante-tendone in piazza Monsignor Dughera.

Paglino ha spiegato che non avrebbe senso «farsi la guerra con due strutture identiche a trecento metri di distanza» e ha parlato apertamente di una collaborazione nata dopo una fase iniziale di freddezza e «vecchi rancori».

L’obiettivo dichiarato può essere comprensibile: evitare una concorrenza interna, concentrare le forze, creare un grande polo gastronomico. Ma proprio alla luce della distinzione tra marchio della Sagra e prodotto IGP, la scelta assume un significato molto più profondo di una semplice razionalizzazione logistica.

Perché il Consorzio deve rinunciare al proprio ristorante? Perché non può continuare a valorizzare autonomamente il prodotto che tutela? E soprattutto: quale dei due soggetti avrà realmente in mano il nuovo punto gastronomico?

Chi anticiperà il denaro? Chi acquisterà le materie prime? Chi sceglierà i fornitori? Chi coordinerà il personale? Chi terrà la cassa? A chi saranno intestate le fatture? Come verranno divisi gli incassi? E, alla fine, a chi rimarrà l’eventuale utile oppure chi dovrà coprire una perdita?

Soprattutto: quale sarà il peso reale del Consorzio?

Perché se il risultato della nuova organizzazione fosse quello di rafforzare ulteriormente il soggetto che già dispone del marchio della manifestazione e contemporaneamente ridurre l’autonomia di quello che rappresenta il prodotto IGP, il capovolgimento sarebbe evidente: il marchio della festa finirebbe per pesare più del prodotto per il quale la festa esiste.

Ed è questo il rischio politico dell’operazione.

Non si tratta di mettere in discussione il diritto del Comitato a disporre del proprio marchio. Si tratta di evitare che il controllo del brand della manifestazione, sommato al finanziamento pubblico, al ruolo nei cosiddetti servizi integrati e alla gestione del principale ristorante, finisca per concentrare nelle mani di un unico soggetto una quota eccessiva dell’intera Sagra.

La collaborazione tra Comitato e Consorzio potrebbe certamente funzionare. Potrebbe persino rivelarsi migliore del passato. Ma dovrebbe essere una collaborazione tra soggetti con ruoli chiaramente definiti, non una fusione nella quale uno dei due perde progressivamente autonomia e riconoscibilità.

C’è poi un elemento politico impossibile da ignorare. Fabio Farina non arriva a questa vicenda senza un passato. Nel 2022, durante la campagna elettorale, aveva riservato parole assai dure al sistema di relazioni che ruotava attorno alla Sagra e al mondo Ascom-Comitato, arrivando a parlare criticamente del «business» collegato all’organizzazione degli eventi. Ciò che allora veniva descritto come un sistema di rendite di posizione oggi diventa un interlocutore al quale affidare nuovamente un ruolo centrale e al quale destinare risorse pubbliche.

Cambiare opinione è legittimo. Governare significa anche confrontarsi con la realtà e modificare idee precedenti. Ma più radicale è il cambio di linea, più dettagliata dovrebbe essere la spiegazione.

Perché il Comitato che quattro anni fa suscitava tanti dubbi oggi rappresenta la soluzione? Quali garanzie nuove offre? Quale progetto ha presentato? Quale sistema di controllo è stato predisposto? Quali risultati precedenti sono stati valutati? Su quali numeri?

Anche il contributo da 20mila euro merita ancora una cautela. Finché non sarà accompagnato da una delibera, una determina o altro provvedimento amministrativo che ne definisca ufficialmente modalità e condizioni, deve essere considerato per ciò che emerge dalle dichiarazioni raccolte a fine luglio: una scelta politica annunciata.

La Sagra del Salame d’Oca è troppo importante per Mortara perché tutto questo possa essere liquidato come una semplice discussione tra associazioni. È una manifestazione che utilizza piazze pubbliche, risorse pubbliche e strutture comunali e che rappresenta all’esterno uno dei prodotti più identificativi della città.

Proprio per questo non basta promettere che «sarà tutto alla luce del sole». La luce del sole non è uno slogan: sono atti, preventivi, criteri, tariffe, fatture e rendiconti.

Il Comune può scegliere di riportare il Comitato Sagra al centro della manifestazione. Può scegliere di finanziarlo. Può ritenere più efficace un unico grande ristorante e spingere Comitato e Consorzio a lavorare insieme. Ma più concentra funzioni, soldi e responsabilità, più deve rendere trasparenti le regole.

E deve soprattutto ricordare una distinzione che rischia di perdersi nell’organigramma della Sagra: una cosa è possedere il marchio della festa, altra cosa è rappresentare il prodotto che quella festa dovrebbe celebrare.

Prima ancora di sapere quale cantante salirà sul palco, quale spettacolo riempirà il sabato sera o quanti coperti avrà il tendone di piazza Monsignor Dughera, Mortara dovrebbe poter conoscere quattro cose molto più semplici: chi decide, chi paga, chi incassa e chi, alla fine, rende conto.