Il Comune spende oltre 7mila euro per l’assistenza legale, ma «Miciamici» non getta la spugna: il futuro del gattile si gioca al Tar
MORTARA - E’ «guerra aperta» tra il commissario prefettizio Giorgio Franco Zanzi e i gestori del rifugio per animali Miciamici. La battaglia è diventata giuridica dopo che l’associazione aveva deciso di ricorrere al Tribunale amministrativo regionale per opporsi all’ordinanza di sfratto firmata da Giorgio Franco Zanzi. Il Comune aveva dato quattro mesi di tempo per fare le valigie, liberare i locali e, di conseguenza, trovare una sistemazione alternativa per tutti gli ospiti a quattro zampe. Si tratta di oltre cento animali tra cani e gatti. Il fondatore del rifugio, Riccardo Maiocchi, ha però deciso di non chinare la testa e di far valere i diritti dell’associazione davanti al Tar. Anche perché, secondo il gestore del rifugio, la struttura sarebbe perfettamente in regola. E vuole dimostrarlo. Ma non è tutto, infatti l’attività svolta è portata avanti da diversi anni. Il tutto senza sostegni economici pubblici. L’associazione cammina con le sue gambe, grazie al lavoro e alla dedizione dei volontari. Svolgendo così un «lavoro» di utilità sociale di cui ne giova anche l’ente pubblico che già spende decine di migliaia di euro per il ricovero dei randagi presso i canili di Mede e Vigevano. Un insieme di motivi che hanno convinto l’associazione a non alzare bandiera bianca. Maiocchi ha deciso di trascinare il Comune davanti al Tar. Il ricorso è stato notificato in piazza Martiri della Libertà lo scorso 12 maggio e chiede l’annullamento dell’ordinanza di sgombero. L’obiettivo è quello di bloccare l’efficacia del provvedimento comunale. Si arriva così ai giorni scorsi. L’ente ha deciso ufficialmente di resistere in giudizio davanti al Tar per difendere la legittimità dello sgombero. Per farlo ha deciso di affidarsi allo studio legale Adavastro e Associati di Pavia. Il costo previsto per le spese legali è di settemila e 295 euro. L’incarico per ora copre soltanto il primo grado di giudizio davanti al tribunale amministrativo e comprende, oltre alla difesa tecnica in aula, la stesura di pareri e l’eventuale gestione di accordi transattivi qualora si presentassero le condizioni per tutelare gli interessi dell’ente. La complessa vicenda nasce nel 2023 a causa di una sentenza del Tar che aveva annullato una vecchia delibera del 2015 con la quale il sito veniva riconosciuto come idoneo al ricovero di animali d’affezione.