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MORTARA - E’ interessante, è scritto in modo accurato, spesso contiene piccole perle di storia locale e, cosa da non trascurare, è consultabile ogni mese in modo gratuito. Basta avere una casella di posta elettronica. Il «Notiziario» digitale di Italia Nostra Lomellina è un concentrato ad alta densità di passione e conoscenza. Come sempre c’è lo “zampino” del presidente onorario Giovanni Patrucchi e del  presidente Massimiliano Zaino, affiancati dal socio Giuseppe Zucca. Sono loro i principali artefici delle iniziative targate Italia Nostra a livello locale. Ed ogni mese producono un “Notiziario” che si legge come un romanzo. Nel numero di maggio, la lente di ingrandimento è puntata su un capitolo doloroso, macchiato di sangue e sacrificio. La macchina del tempo riporta il lettore ai giorni dell’invasione austriaca del 1859, durante la seconda guerra d’Indipendenza. La fonte principale è costituita dai testi scritti da Francesco Pezza, ed in particolare il volume «I casi di Lomellina durante l’invasione austriaca del 1859», pubblicato nel 1909. Il libro fu pubblicato in occasione del cinquantenario di quegli eventi. Pagina dopo pagina, emerge uno spaccato di ciò che dovettero subire i lomellini, lasciati soli davanti all’esercito asburgico. Una situazione dolorosa e drammatica che sembra essere il frutto di una deliberata strategia militare piemontese.
“L’anelito all’unificazione dell’Italia e alla liberazione dal dominio austriaco - è la premessa fatta da Italia Nostra -  spinse sempre più patrioti ad organizzare moti e ribellioni il più delle volte finiti con la morte dei congiurati. Solamente il Regno di Sardegna, pur con lentezza e contraddizioni, sembrava il più sensibile alle istanze dei patrioti. La lenta ma efficace azione che re Vittorio Emanuele II, ma soprattutto del ministro Camillo Benso conte di Cavour misero in atto  un’operazione per trovare in Napoleone III, imperatore dei Francesi, un alleato disposto a combattere una guerra contro l’Austria in vista della liberazione del Lombardo-Veneto. Gli accordi di Plombières del 21 giugno 1858 stabilirono i termini del patto franco-piemontese assicurando la successiva cessione alla Francia della Savoia e di Nizza ma ponendo altresì la condizione che fosse Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria a dichiarare la guerra, cosa abbastanza agevole viste le continue provocazioni che il governo torinese metteva in atto nei confronti di quello asburgico. Fu così che il 22 aprile 1859 gli ambasciatori austriaci consegnarono a Cavour un pesante ultimatum che imponeva richieste inaccettabili, pena l’inizio delle ostilità dopo 3 giorni. La guerra era scoppiata. Guardia nazionale costituita a Mortara e nei Comuni più popolosi, l’ordine dato ai carabinieri presenti nelle diverse stazioni lomelline di mettersi in borghese e di confondersi con la popolazione locale raccogliendo e trasmettendo ogni informazione utile, rendere impraticabili le principali strade che portavano al Ticino scavando profondi e larghi fossati, In Lomellina restò solo una parte del Reggimento di cavalleria di Saluzzo. tutto il resto della truppa venne schierato oltre il Sesia. Fortunatamente per il governo piemontese a capo dell’esercito nemico non c’era più il generale Radetzky, vincitore della guerra del’49, ma il generale Gyulai assai più incerto e titubante nelle scelte operative”. 
“Nel pomeriggio del 29 aprile 1859 - prosegue Italia Nostra -  le truppe asburgiche attraversarono il Ticino a Pavia, varcando il confine del Gravellone di San Martino e altrettanto fecero a Bereguardo ed a Vigevano. Una fiumana di soldati, tra i 100mila e 120mila uomini, si riversò in Lomellina puntando su Mortara in vista poi del passaggio del Sesia a Vercelli, della presa di Chivasso e poi di Torino. Le colonne erano due: la più numerosa seguiva la strada “Francigena” di Gropello, Garlasco, e Tromello, l’altra quella di Zinasco, Sannazzaro, San Giorgio e Cergnago ma ben presto l’occupazione si estese ad ogni paese lomellino dove vennero piazzati presidi di guardia proporzionati al numero degli abitanti. Una prima scaramuccia si innescò tra Zinasco e Sairano e vide in campo un drappello di cavalleggeri che si scontrò con ussari e che portò al ferimento mortale del soldato Barberis, il primo caduto di quella guerra. Il comando generale austriaco di Gyulai si spostò a seconda delle esigenze belliche; certamente si stabilì a Garlasco, a Mortara in palazzo Cambieri, a Lomello e poi ancora a Garlasco. Iniziò così per la Lomellina un mese di autentiche sofferenze e di grandi sacrifici”.
Il peso dell’occupazione gravò soprattutto sulle spalle dei sindaci dell’epoca, trasformati in pedine sacrificabili davanti ai comandi austriaci. I granai e le stalle delle cascine vennero svuotati per sfamare la truppa dell’oppressore. Chi provava a protestare pagava a caro prezzo. A Mede, il sindaco Massazza cercò in tutti i modi di soddisfare le richieste degli austriaci m non fu sufficiente. Venne arrestato e condotto a Lomello per essere punito, mentre nel borgo si scatenavano razzie, furti e violenze. A Castelnovetto, il sindaco Panizzari, colpevole di aver protestato, fu selvaggiamente picchiato, legato a un cavallo e trascinato via prigioniero. Scene simili si registrarono a Gambolò, dove il segretario comunale Lissi fu umiliato e trascinato per le vie con una corda al collo, e nei comuni di Torre Beretti, Lomello e Ferrera, dove le autorità locali subirono percosse e schiaffi in pubblico. A Mortara si consumò invece una crudele messinscena. Un giovane operaio, Tommaso Pallavicini, cadde nella trappola di due agenti provocatori austriaci che si finti disertori ungheresi. Arrestato e condotto davanti alla corte marziale, il ragazzo fu condotto sulla piazza della fiera all’alba del 18 maggio per essere fucilato. Solo all’ultimo istante arrivò la grazia del generale Gyulai, un espediente psicologico studiato per terrorizzare l’intera cittadinanza.
La ricostruzione fatta da Italia Nostra arriva all’episodio decisivo, quello della battaglia di Palestro.  “Molti altri episodi sono elencati dal Pezza nella descrizione di quel mese infernale per la nostra terra e la sua gente ma la riscossa era vicina: una squillante vittoria si concretizzò a Palestro tra il 30 e il 31 maggio, la prima delle vittorie franco-piemontesi che segnarono quella, purtroppo incompiuta, guerra di liberazione.  Le truppe asburgiche che per un mese avevano tiranneggiato la Lomellina si ritirarono sconfitte ma ebbero ancora il tempo per un ultimo, sanguinoso atto della loro crudeltà. 
A Rosasco infatti nel pomeriggio del 31 maggio, un picchetto di soldati reduci da Palestro, attraversò le vie del paese intimando alla popolazione di chiudersi in casa e di non uscire per nessuna ragione, Infatti, poco dopo, preceduti da uno squadrone di ulani a cavallo, giunsero dei carri carichi di soldati fe-riti che si lamentavano ad alta voce chiedendo aiuto. 
Per questo, un giovane di sedici anni, Cesare Facchini, figlio dell’oste del paese, sentendo quelle implorazioni, riempì un secchio d’acqua ed uscì in strada con l’intenzione di portare da bere a quei poveri disgraziati.
 Un colpo di fucile lo colpì uccidendolo all’istante e la stessa cosa successe a Giovanni Garelli, di 64 anni, fruttivendolo che, per curiosità, si sporse un po’ troppo dall’uscio del suo negozio. La tragedia a Rosasco si completò con la morte di una giovane ragazza, Marchese Caterina che, trovandosi in campagna prima del passaggio dei soldati, si nascose dietro una siepe. Anche in questo caso un colpo di fucile la uccise. 
Queste morti rappresentarono il suggello di quei terribili “casi di Lomellina” che caratterizzarono la primavera del 1859. Pochi giorni dopo Palestro, ci fu la vittoria di Magenta che aprì le porte di Milano a Vittorio Emanuele ed a Napoleone III. 
In quell’occasione Sebastiano Tecchio che era stato commissario straordinario per conto del governo sabaudo per Novara e la Lomellina allo scoppio della guerra, inviò un proclama ai “Cittadini della Lomellina” che così termina: “Cittadini di Lomellina! voi per primi a soffrire il dolor ed il danno dell’invasione, voi sarete i primi a godere il premio della guerra d’Italia. 
Sinora le acque di un fiume vi separavano dai Popoli, che hanno comuni con voi la lingua, le tradizioni, i sentimenti, gli affetti. Quind’innanzi il Ticino, che continuerà ad arricchire le vostre terre, non sarà più simbolo di divisione, quind’innanzi anche sulla sua sponda sinistra splenderà benedetto e felice il Vessillo, che da oltre dieci anni il Magnanimo Carlo Alberto ci diede ed il figlio suo, in contro ad ogni insidia e ad ogni pericolo, tiene fermo e saldo. 
Cittadini di Lomellina! La Nazione terrà conto delle vostre patite sciagure. 
Intanto con quella voce che viene dal profondo dell’animo gridiamo insieme: 
Viva il Re! Viva l’Imperatore! Viva l’Italia!”

Luca Degrandi