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Frecce e sorrisi s’intrecciano nella vita di Monica Zordan. E poi ci sono i bersagli, a distanze variabili, visti dall’altezza di una sedia. E poco importa se si tratta di una sedia a rotelle, è solo una questione di normalità. “Trova sempre qualcosa per cui ridere” è appunto una storia in cui emergono le non-differenze tra normodotati e disabili. Ed è la stessa Monica Zordan che lo mette nero su bianco e che lo racconterà dal vivo martedì prossimo, 17 marzo, alle 7 e 30 presso la sala rotonda della biblioteca civica «Francesco Pezza».
“Trova sempre qualcosa per cui ridere” è una pubblicazione agile, di una settantina di pagine, che mostra un percorso di vita intriso di umanità. E di come un sorriso può aver la forza di abbattere un muro. Quella di Monica Zordan è una vita segnata dalla disabilità: dalla nascita è costretta a convivere con la spina bifida, poi, in età adulta, un’infezione rende necessaria l’amputazione di una gamba. Agli occhi di quanti sono convinti di vivere una vita “normale”, tutto questo potrebbe sembrare una doppia tragedia. Ma questa è la vita normale di Monica, affrontata quotidianamente con il sorriso sulle labbra. Già, una vita normale… condita dallo sport! Già perché il racconto dell’autrice intreccia il quotidiano, tra un figlio e l’altro (ne ha quattro!), con arco e frecce. Proprio il tiro con l’arco è un invito alla normalità: l’opportunità per conoscere persone nuove, una scusa per uscire di casa alla sera per andare in palestra, uno stimolo affrontando le varie competizioni. Il tiro con l’arco è livellante: «normo» e disabili fanno la stessa fatica per colpire lo stesso bersaglio alla stessa distanza. Non c’è nulla di più normale.
“In questo volume racconto uno spaccato della mia vita. – anticipa Monica Zordan – Spiego come si nasce con una disabilità arrivando poi a soffermarmi sull’importanza della pratica sportiva. Ho voglia di far conoscere queste realtà e di far capire a tutti che le barriere mentali sono più forti di quelle strutturali. In fin dei conti siamo tutti uguali: non c’è differenza tra normodotati e disabili, facciamo la stessa fatica per raggiungere gli stessi traguardi”.
Il raggiungimento del traguardo, per Monica Zordan, è sempre accompagnato da un percorso a tappe in cui ogni tappa è un sorriso. Una sfida personale da affrontare e vincere. Questa è stata la sua vita, questo il suo approccio allo sport che oggi coltiva presso la società Arcieri dell’Olmo.
“Due anni fa ho iniziato a praticare il tiro con l’arco. – spiega – In realtà avevo conosciuto questo sport subito dopo l’amputazione, quando mi trovavo al centro Inail di Budrio: qui propongono molte attività e, tra queste, c’era appunto il tiro con l’arco. Arco e frecce sono poi rimasti nel cassetto per 13 lunghi anni, fino all’autunno del 2025. Mio figlio Sean mi ha riacceso… e così è iniziata questa avventura”. “Perché non vieni in palestra a provare?” è stata più o meno questa la frase rivolta da Sean a mamma Monica. La sfida è stata accettata, con un sorriso. Ovviamente. “Scoccare ogni freccia è come lanciare qualcosa che mi libera dalla mia disabilità. È come affermare con forza «sono ancora qui». – conclude Monica Zordan – Lo sport è una frazione della vita in cui i disabili non aspettano che qualcuno faccia qualcosa per loro, ma agiscono in prima persona”. Centro!