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MORTARA - Anche questo è un modo, semplice e diretto, per testimoniare la fede cristiana: fare il presepe è infatti una forma di preghiera, un modo per entrare in contatto con la spiritualità. Ed è anche questa una delle sensazioni che il visitatore prova nell’osservare il presepe allestito presso il santuario di Sant’Antonio, quella chiesa che tutti i mortaresi chiamano «dei Frati» perché ricordano ancora la presenza dei Francescani in città. Una tradizione che ogni anno si ripete, proprio nel segno di San Francesco, inventore del presepe, ma ogni volta è capace di emanare una magia diversa.
Gli autori sono Graziella Bazzan, Giuseppe Gatti e Gabriele Callegari. Assieme hanno hanno lavorato per ore assemblando cassette di legno, vecchie confezioni di pasta e altro materiale destinato al sacco dell’immondizia. I rifiuti hanno trovato una seconda vita grazie alla creatività e alla passione dei tre mortaresi. Il risultato è di affascinante bellezza. Il presepio è come un libro aperto, pieno di insegnamenti necessari per condurre una vita buona. Insegna la sacralità della vita, della donna, dei legami tra esseri umani e anche il rispetto verso gli animali. L’opera realizzata da Graziella Bazzan, Giuseppe Gatti e Gabriele Callegari presso il santuario di Sant’Antonio sembra capace di parlare. Certamente è in grado di comunicare un messaggio. Infatti ogni anno gli autori scelgono un tema, un filo conduttore e un argomento di riflessione.
“Quest’anno il tema del presepe è il silenzio - spiega Graziella Bazzan -. Abbiamo bisogno di silenzio per ascoltarci e ascoltare, per scegliere e ricordare, per cogliere il momento di rialzarci e tornare a camminare. Abbiamo bisogno di silenzio per ascoltare la voce di chi non ha voce, come tutti i poveri del mondo che chiedono pane, tetto, giustizia e dignità. Abbiamo bisogno di silenzio, ma c’è assenza di silenzio, perché il rumore ingloba e sovrasta, anestetizza e rassicura. Abbiamo bisogno di silenzio, perché il diluvio delle nostre parole soffoca l’appassionato suono della parola di Dio, quel Dio che continua a farsi carne per la nostra salvezza”.

Luca Degrandi