Sport: #Focus11, Federico Galantucci: “Io, calciatore grazie alle lezioni di papà”

Un grande ed instancabile lavoratore, che ha imparato fin dalla tenera età il significato delle parole sacrificio e responsabilità. Federico Galantucci è il nuovo ospite di #Focus11, la rubrica del nostro giornale che ci offre una panoramica a 360 gradi sulla vita degli atleti del nostro territorio.

La tua passione per il calcio si è sviluppata fin dall’infanzia ma ricordi il momento preciso che ti ha spinto ad avventurarti in questo mondo?

“Quando avevo 5 anni mio padre mi portava a giocare a pallone nel parchetto. Io e lui abbiamo 21 anni di differenza, quando ero piccolo lui era ancora molto giovane e grazie a lui, ho iniziato a coltivare un forte interesse per questo sport. E per quello che tutt’ora continua ad insegnarmi”.

Come ti sei sentito a dover rinunciare a molti aspetti tipici della vita di un ragazzo a causa del tuo lavoro?

“Ho iniziato a lavorare quando avevo 16 anni. La scuola non faceva proprio per me, quindi ho preso la decisione di entrare subito in contatto con la realtà lavorativa. In modo da essere d’aiuto alla mia famiglia. Mentre i miei amici andavano a divertirsi, io svolgevo la mansione di magazziniere. È stata dura ma sono soddisfatto di essere riuscito a cavarmela grazie alla mia forza e alla mia determinazione. Ricordo che una squadra di Promozione era interessata ad ingaggiarmi. Ho dovuto rifiutare la loro proposta e a distanza di tanti anni ho capito di aver fatto la scelta giusta”.

Da gennaio dovrebbero iniziare a distribuire le prime dosi di vaccino per curare il virus. È un piccolo passo che ci consentirà di tornare alla normalità e soprattutto che vi permetterà di tornare in campo?

“Speriamo che il vaccino funzioni. La maggior parte di coloro che ama questo sport non vede l’ora di tornare ad allenarsi. Non tanto per un aspetto puramente agonistico. Quanto piuttosto per vivere nuovamente tutte le emozioni che solo il calcio sa trasmettere a chi lo pratica e a chi lo segue. Voglio rivedere i miei compagni di squadra, di allenarmi con loro ma anche di organizzare una cena in loro compagnia”.

Quali sono le problematiche con cui il calcio si troverà necessariamente costretto a fare i conti una volta che questa emergenza epidemiologica sarà conclusa?

“Credo che i cambiamenti più evidenti si avranno a livello economico. Molte società faranno fatica a garantire il materiale necessario per effettuare gli allenamenti e a trovare i soldi per iscriversi ai campionati”.

Che tipo di calciatore ritieni di essere?

“Onestamente non mi ritengo forte tecnicamente. Ma sono uno che da sempre l’anima quando entra sul terreno di gioco. Non sono un attaccante che vive per il gol ma che vive per lottare fino alla fine per la propria squadra. L’anno scorso giocavo al Superga e devo dire che devo molto a questa società. Avevo stretto un rapporto di grande amicizia con Matteo Palmisano, una delle colonne portanti della squadra e con mister Stellazzi. L’anno scorso però ho avuto dei diverbi con il nuovo allenatore e ho deciso di fare ritorno al Gravellona. Che considero a tutti gli effetti la mia seconda casa”.

Come pensi che cambierà la nostra società una volta conclusa questa emergenza sanitaria?

“Mi auguro in primis di tornare ad assaporare la normalità. Questa cosa comunque ci segnerà per sempre, è stata una batosta per tutti. Questo virus ci ha ammazzati psicologicamente. Sicuramente ne trarremo degli insegnamenti”.

Edoardo Varese