Smart-working? Chi soffre di più è lo... smart-phone

Studente, lavoratore, attaccante. E aggiungiamoci anche playboy apprezzato tra le tribune lomelline. Fabio Cavallini è tutto questo: giocatore di hockey nel tempo libero e studente/lavoratore a Pavia. “Dopo la laurea triennale in management ho deciso di proseguire gli studi e ora sono al secondo anno di economia e gestione delle imprese – spiega il classe ’96. Attualmente sto anche lavorando da poco in una società di consulenza marketing sempre a Pavia.” Un trinomio non facile da conciliare, oltre a tutti gli sforzi psicofisici che richiede lo sport a questi livelli: “L’hockey è anche una bella valvola di sfogo per me, ma serve sacrificio per integrare il tutto. Mi devo porre degli obiettivi, riuscire a completare definitivamente il mio percorso di studi e vedere applicate sulla carta nozioni teoriche sono solo alcuni di questi. Ovviamente tutto ciò ha un prezzo in termini personali, magari nel weekend in assenza di partite non si fa tardi la sera per riuscire a restare in pari con il programma.” Parola d’ordine lungimiranza, ma anche tanta fame e voglia di arrivare. La stessa fame che nel 2014/2015 portò Fabio e compagni alla conquista dello scudetto under 21, il secondo di fila dopo quello conquistato l’anno prima a Padova. Ora, dopo la breve parentesi polacca e quello che nel 2017 sembrava un addio definitivo al gioco, il ventitreenne mortarese sembra essere riuscito a riordinare l’incasinato puzzle della sua vita. E la giusta collocazione l’ha trovata anche grazie agli stimoli imposti da sport, studio e ora anche lavoro. “Peccato perché ho da poco cominciato questa nuova esperienza e mi ritrovo già ad affrontare una situazione inedita per tutti data dal virus – ammette l’attacante bonomino - . Stiamo facendo tutto per via telematica, è una modalità molto efficiente ma allo stesso tempo si va ad annebbiare l’interazione umana che per me è fondamentale. Riguardo allo smart working, se da un lato è vero che migliora la capacità di autogestione, dall’altro è come se ti portassi del lavoro in più a casa col rischio di non riuscire a separare le cose. A livello lavorativo non è cambiato molto per me perché quello che facevo prima in ufficio lo faccio ora comodamente da casa, forse chi ne ha sofferto di più è il mio telefono che si è riempito di piattaforme di chiamate online.” Fabio intanto studia per diventare, magari un giorno, dirigente d’azienda. E, come sul campo sguscia tra i difensori avversari, cerca di dribblare precariato e disoccupazione tra una lezione fra i banchi dell’università e asfissianti impegni lavorativi. Perché tra tanti giovani che hanno ormai perso le speranze, c’è chi ancora spera che il futuro possa essere benevolo.