Palazzo Lateranense è nella tesi di sei studenti del corso di laurea triennale del Politecnico

Palazzo Lateranense diventa sempre più famoso. L’edificio che un tempo fu sede dei monaci Lateranensi, più conosciuto oggi per essere la vecchia sede delle scuole medie Josti e Travelli, è finito nelle mire di sei studenti del Politecnico di Milano della Scuola di Design degli interni per l’elaborato di tesi triennale. Relatore sarà la professoressa Anna Anzani, sotto comunque la supervisione del professore Luciano Crespi. Sarebbe la seconda occasione in cui il Palazzo è oggetto di una tesi di laurea dopo quella del 2016 di Stella Marcuzzi e Cristina Marzullo, più votata però al lato architettonico in sé e dunque alla ristrutturazione. I tesisti del Politecnico sono venuti martedì 19 per un sopralluogo durato tutta la giornata, in cui hanno potuto dialogare anche con la Contrada la Torre, una delle associazioni che ha sede nel palazzo. Il professore Luciano Crespi racconta: “I ragazzi che sono venuti dovranno scrivere una tesi lungo quest’anno accademico che si inserisce in una tradizione di lavoro poco più che decennale. Insieme ad alcuni colleghi, nel 2010, si discuteva della possibilità, all’inizio considerata una favola accademica, di poter utilizzare luoghi abbandonati senza bisogno di spese ingenti e di lavori invasivi sulle strutture. Si trattava di cambiare approccio. Non più ristrutturazione ma riuso e rigenerazione del bene architettonico. Nel tempo questo tipo di approccio si è diffuso, soprattutto all’estero, meno in Italia dove ancora è più in voga la vecchia scuola, nonostante i risultati incoraggianti”. In pratica l’obiettivo è sfruttare il bene sebbene non ci siano risorse. Metterlo a disposizione di tutti e per tutti e non asservirlo a un’unica funzione. “È un approccio – prosegue il professore - che ormai non funziona più. Ci sono progetti completati sulla carta ai pressi dell’era Covid che poi non hanno più trovato realizzazione perché non avevano più una funzione appetibile. C’è dunque il serio rischio di ristrutturare, quindi investire parecchi soldi, luoghi che poi rimarrebbero inutilizzati. Oggi il mondo è troppo veloce e sono molte le idee che poi sulla carta possono essere realizzate senza bisogno di grandi risorse. Questi luoghi si possono allestire come delle fiere, in pratica. In questo modo il bene viene reso funzionale e si valorizza allo stesso tempo la stratificazione storica e il vissuto del bene architettonico. Agli studenti del nostro corso, sessanta, sono stati proposti quelli che in gergo chiamiamo ‘avanzi’. Dei luoghi come hangar, vecchi edifici industriali e aree dismesse che ancora oggi hanno potenziale e appetibilità per le iniziative dei cittadini”. Anche Cariplo sta facendo la sua e ha capito le potenzialità del nuovo tipo di approccio. Il bando ‘Spazi in trasformazione’ infatti prevede proprio che il progetto abbia una prima fase di sperimentazione e una seconda di acclimatamento. Quello che si può fare oggi non è detto che sarà più da fare fra cinque anni. “È importante in queste occasioni – chiarisce – che ci sia un dialogo tra le diverse parti coinvolte nel progetto. Troppo spesso, purtroppo, nei bandi delle amministrazioni si chiede a noi architetti di definire le funzioni delle varie stanze degli edifici su cui lavoriamo. Ma dovrebbe essere il contrario. Ci deve essere un dialogo proprio per capire in che modo noi dobbiamo lavorare per rendere lo spazio adatto alla funzione richiesta. Sono necessari pure i consigli di economisti, sociologi e antropologi. E questo sarà quello che noi chiediamo ai nostri studenti, seppur con un taglio che direi visionario. Loro vengono per proporre soluzioni innovative e quasi utopiche, sono lì per dare suggestioni che possono eventualmente essere realizzate. Sarà interessante vedere come potranno lavorare sulla parte cinquecentesca che è quella su cui si concentreranno”. I sei studenti hanno passato il mese di settembre e la prima metà di ottobre a studiare casi di riuso e rigenerazione e a studiare la tesi precedentemente scritta sul Lateranense. È necessario, infatti, non arrivare allo sbaraglio per elaborare progetti del genere come molti fanno. “I nostri ragazzi – conclude Luciano Crespi – non fanno concorrenza ai professionisti. Loro non sono assunti da un cliente per ricercare quello che serve per le sue esigenze. Devono cercare di trovare soluzioni, attente all’uso delle risorse sia economiche che naturali, che garantiscano la fruibilità del bene nella sua evoluzione temporale preservandone la storia. Questo approccio lo chiamo ‘design del non finito’. Loro sono alla ricerca di soluzioni non banali, degli azzardi. Starà poi agli interessati capire e provare a coglierle per metterle in atto”.

Vittorio Orsina