Microcast: dopo il fallimento c’è la cassa integrazione per 35 lavoratori di Mortara. E dopo?


Due mesi senza stipendio. E il lavoro, anche quello, non c’è più. Per i 35 lavoratori della Microcast di Mortara arriva però la casa integrazione per cessata attività. Un ammortizzatore sociale atteso dal novembre scorso, data del fallimento della ditta. “Lo scorso 20 gennaio – spiega Lorena Bini (Fiom-Cgil) - abbiamo trovato l’intesa con il ministero dello Sviluppo economico. Finalmente è in arrivo c’è la cassa integrazione, della durata di 12 mesi e con effetto retroattivo, per i lavoratori. Sono coinvolte 93 persone. Di queste 35 erano in forza allo stabilimento di Mortara, mentre il resto era impiegato presso quello di Sasso Marconi”. Eppure nel luglio scorso i lavoratori mortaresi erano stati vittime di una sorta di “ricatto” occupazionale. Infatti per mantenere il posto di lavoro veniva chiesto loro accettare il trasferimento presso la sede di Sasso Marcone. Un viaggio da circa 270 chilometri. Un viaggio inutile, constatando ora il fallimento definitivo della ditta. “Da almeno due anni – prosegue Lorena Bini - avevamo avanzato la richiesta di concordato. Ora finalmente può partire la cassa integrazione che equivale all’80 per cento lordo dello stipendio”. Nei fatti nelle tasche dei lavoratori arriverà circa il 60 per cento del salario. “intanto – conclude il rappresentante sindacale – verranno organizzeremo anche dei corsi di formazione professionale dedicati ai dipendenti della Microcast in modo da incrementare le opportunità di trovare un nuovo impiego”. La Microcast di Mortara realiizava componenti per diversi tipi di industrie (tra cui quella dell’auto) con la tecnica della fusione a cera persa. La società ha sofferto della crisi del settore dell’automotiv e pagato scelte industriali sbagliate. Infatti le radici della crisi affondano già nel lontano 2013, quando l’azienda aveva già iniziato le procedure di licenziamento alcuni dipendenti. Era l’inizio della fine. L’epilogo è datato novembre 2021, con il fallimento certificato dal tribunale non aveva autorizzato l’esercizio provvisorio. Ma ad occuparsi dell’emergenza lavoro non è solo la Fiom Cgil. Il caso è anche politico e coinvolge l’amministrazione cittadina chiamata in causa del consigliere di opposizione Giuseppe Abbà che, già nel mese di novembre, aveva chiesto la convocazione di un consiglio comunale aperto. Senza però ottenerlo.