Mede: l’orrore delle deportazioni del “sabato nero” di Roma rivive al castello Sangiuliani

MEDE – “Raccontiamo con un semplice obiettivo: creare le condizioni che questo non si ripeta”.

Lo chiarisce subito Patrizia Cei (nella foto), assessore alla cultura di Mede.

Lo scopo dell’evento è quello di non dimenticare.

Così sabato 29, poco dopo il Giorno della memoria, alle 21 presso la sala verde del castello Sangiuliani, l’attore Lando Francini (dirige la compagnia “Il teatro del vento” insieme a Chiara Magri) sarà il narratore speciale di “Roma – 16 ottobre 1943”.

Chi conosce quella data la chiama “il sabato nero”.

La musica di Matteo Zenatti, tenore e arpista, servirà a scandire ancora di più quel racconto di orrore e di morte.

Il sito web “I figli della Shoah” spiega nei minimi dettagli quella giornata, quando più di mille persone vennero catturate nel ghetto della capitale. L’evento, a ingresso libero, è stato organizzato dall’assessorato alla cultura di Mede insieme all’associazione Tartaruga.

“È un’iniziativa – chiarisce Cei – che già dal precedente quinquennio amministrativo ho sempre proposto per non dimenticare il valore storico della Giornata della Memoria, specialmente per le nuove generazioni, cercando di vincere l’indifferenza”.

“All’alba, nei cortili della caserma di Macao – è la cronaca dettagliata – e di un ex convento in Via Salaria, dove alloggiano le tre compagnie di Polizia d’Ordine tedesche, vengono impartiti i primi ordini relativi a un’operazione “straordinaria” da compiere in mattinata. I nazisti si dirigono in camion nei 26 distretti in cui è stata suddivisa la città, raggiunti dagli uomini di Kappler e dai membri dell’Einzatzkommando di Dannecker. I nazisti prevedono la cattura di tutti gli ebrei, di ogni età e in qualunque condizione di salute. Le operazioni iniziano dopo le ore 5 e 30: piccole squadre composte da tre a sei agenti l’una si recano presso gli indirizzi che sono stati loro assegnati”.

Nell’area dell’antico ghetto vengono chiuse tutte le strade di accesso; nelle altre zone, sorvegliati i portoni. Alcuni uomini rimangono di guardia al camion, mentre altri fanno irruzione nei palazzi e negli appartamenti sorprendendo gli ebrei nel sonno.

Alle vittime viene consegnato un biglietto in italiano con le istruzioni relative alla loro imminente deportazione: hanno 20 minuti per preparare le valigie e abbandonare le case dopo averle chiuse a chiave.

Tutti, compresi quelli gravemente ammalati, devono raggiungere i camion che man mano vanno riempiendosi. Gli ordini urlati in una lingua incomprensibile, le divise e le armi ostentate contribuiscono a creare un’atmosfera di terrore. In Prati, ai Parioli, al Trionfale, alla Garbatella e in tutta la città gli uomini che formano le squadre di arresto rastrellano le persone di casa in casa, ma la maggior parte non è addestrata per questo genere di operazioni e procede quindi in modo piuttosto improvvisato. Il modus operandi varia da squadra a squadra: alcuni, particolarmente zelanti, forzano le porte con veemenza, mettono fuori uso le linee telefoniche, perquisiscono i palazzi per intero; altri, in particolare i componenti della Polizia d’Ordine, si limitano a bussare.

Spesso si fidano di quanto viene loro dichiarato dagli altri inquilini e in molti casi trascurano di sorvegliare le possibili vie di fuga. Persino il controllo delle persone da deportare non avviene in maniera sistematica: alcune squadre fermano tutti i presenti; altre si attengono agli elenchi, in altri casi ancora c’è chi con un pretesto riesce a passare per un ospite occasionale e a sfuggire così all’arresto.

Le notizie sulla razzia in atto si diffondono velocemente, Non tutti gli ebrei vengono catturati: una parte al momento della retata è già fuori di casa; altri riescono a fuggire scappando sui tetti, per i cortili interni o saltando sui tram. Molti bussano ai portoni di sconosciuti, anche di alcuni conventi; altri ancora vagano semplicemente per la città, non sapendo dove e come nascondersi.

Ad aiutarli sono spesso i vicini, i portieri, i passanti che spontaneamente li accolgono in casa, distraggono i persecutori, mettono in allerta chi non è ancora stato cercato. La retata si conclude nella tarda mattinata.

Circa 1250 persone vengono caricate sul camion e condotte al Collegio militare, in attesa di essere deportate. Per i nazisti, che avevano nel mirino 8000 ebrei, è un insuccesso, per la comunità ebraica una tragedia inenarrabile, per lo Stato italiano una delle pagine più vergognose della sua storia.

Delle 1022 vittime della retata, soltanto 16 sopravvivranno, quindici uomini e una sola donna. Nessun bambino”.

Davide Maniaci