La ripresa economica ci sarà e sarà “forte”, ma serve tempo. Aspettando il Governo...

Parlare di economia ai tempi dell’emergenza sanitaria del coronavirus può sembrare paragonabile a quel tizio in un bar che, mentre fuori si leva un tornado, continua imperterrito a parlare delle prossime formazioni del campionato di calcio di Serie A. A differenza però dell’inopportunità odierna dei temi calcistici, dobbiamo continuare a parlare di economia e di finanza in questa emergenza. Lo dobbiamo fare per scongiurare il fatto che alla crisi umanitaria e sociale indotta dal virus, se ne aggiunga un’altra, non meno grave, causata dalle sue ripercussioni economiche. Allora mi aggrazia l’idea di entrare in quel bar, uno dei nostri tanti bar del territorio pavese, certamente ora in versione “virtuale” per non violare i decreti di sicurezza, e di iniziare amabilmente a conversare. In questo bar, centro nevralgico della socialità dei nostri luoghi, dove spesso ogni barriera e livello sociale viene eliminata, ci troverei tanti soggetti: un dirigente d’azienda, un professionista, un artigiano, un commerciante, un macellaio, un ristoratore, un meccanico, una estetista con il suo amico parrucchiere, un imprenditore agricolo, e tanti altri avventori che, cari lettori, potete aggiungere pure voi con la vostra immaginazione. Naturalmente, entrando io nel bar, verrei riconosciuto per le mie attribuzioni professionali e studi pregressi. Pertanto, sono sicuro che qualcuno mi chiederebbe un parere sull’economia in tempi di coronavirus. Mi è facile immaginare le domande: che cosa succederà professore all’economia con questa emergenza? Ci sarà una ripresa? Sarà lenta o veloce? Ma soprattutto, come facciamo ora con gli affitti, le bollette, i mutui, le spese varie? Come facciamo a tirare avanti? Non vi nego che davanti a questa selva di domande mi troverei in qualche difficoltà. Provo ad avanzare delle risposte qui, nello spazio gentilmente concessomi dal direttore di questo giornale. Per togliermi dall’impiccio, partirei subito a rispondere alla prima domanda, argomentando sui tempi di una ripresa. A tutti direi che una ripresa arriverà, e anche forte, ne sono intimamente convinto. I tempi però non saranno brevi, qualche mese per ritornare ad una parvenza di vita, ma non del tutto normale, con restrizioni e vincoli, non solo imposti dalla legge ma anche dalla nostra psicologia. Per ritornare alla normalità che noi tutti conoscevamo fino al 20 Febbraio scorso, dovremo attendere la fine dell’anno in corso, forse anche l’inizio del prossimo. Detto questo, è chiaro che qualcuno mi rivolgerebbe d’impeto un’altra domanda: e come ci comportiamo in una situazione del genere, con una ripresa così tardiva? Proverei così a rispondere facendo leva sulle mie origini, anch’io discendente di agricoltori e viticoltori pavesi. Chi cura la terra o coltiva la vite sa bene che ogni anno è diverso dal precedente, e così anche diverso da quello che verrà. In alcuni anni, la terra, il clima e i venti, sono così generosi da permettere buoni raccolti, per quantità e qualità. Poi arriva l’anno da tutti sperato, quello impronosticabile e imprevedibile, quello dell’”ottima annata”. Purtroppo, ogni tanto arriva anche l’anno disgraziato, quello della grandine per i viticoltori o di qualche maledetto insetto che attacca le coltivazioni per gli agricoltori. Ecco, questo è quell’anno disgraziato, non solo per viticoltori e agricoltori, ma per tutti. Come possiamo reagire quindi? Mi giungono gli echi di mio nonno viticoltore, che ormai riposa in pace, e che mi direbbe in dialetto pavese: “ghé da tirà la cinghia!”. Penso proprio che mi avrebbe detto così. Da buon contadino poi, avrebbe sicuramente avuto dei risparmi, frutto delle annate migliori, che avrebbe in parte usato per tirare avanti nell’anno disgraziato. Questo è quello che faranno sicuramente molti degli avventori del bar. Essendo poi pavesi dovrebbero avere un senso innato per il risparmio e la parsimonia nell’uso del denaro. Certo è che non tutti sarebbero nella stessa condizione. Ci sarebbe sicuramente chi ha appena fatto importanti investimenti nella propria attività, chi invece i risparmi li ha appena usati per comprare una casa, chi li ha usati per far studiare i figli, chi non ha fatto ancora a tempo a metterli via, chi ha tante spese che i pochi o tanti risparmi non basterebbero. Cosa posso rispondere quindi? E’ palese che in una situazione di emergenza così, con la chiusura forzata di tante attività e soprattutto con la necessità di ridurre la socialità ai minimi termini, ci auspicheremmo un intervento dello Stato. Lo Stato al quale paghiamo le tasse, lo Stato che può essere un padre nobile per tutti, pronto a mettere mano al portafoglio in situazioni come queste, indipendenti dalla nostra volontà e dai nostri, piccoli o grandi, peccati o vizi. Dallo Stato ci aspetteremmo, o forse è meglio dire che ci saremmo aspettati, un intervento pronto e deciso. Soldi subito, per tutti, ma in particolare per garantire la sopravvivenza della piccola e media azienda, dello studio professionale, della bottega artigiana, del negozio di merci, del ristorante, dell’officina, del centro estetico e di quello del parrucchiere, del macellaio, dell’estetista, dell’azienda agricola e vitivinicola. Con dispiacere sappiamo che così non è. Sarà per i vincoli di un debito pubblico alto e per i complessi trattati che lo includono quale principale ostacolo a qualsiasi spesa pubblica, anche straordinaria. Sarà per qualche decisione presa in fretta, e mal calibrata. Sarà per qualche inesperienza o leggerezza su un tema così complesso. Fatto sta che dallo Stato arriverà poco, e con buona probabilità nemmeno subito. Arriverà, ma il condizionale è d’obbligo, qualche finanziamento a titolo di prestito oneroso, e probabilmente non prima di due o tre mesi. Che fare allora? E’ chiaro che la soluzione immediata, se non si hanno risparmi da parte, sia quella di procrastinare. Procrastinare nel senso di rimandare investimenti, dilazionare o posticipare spese, tagliare il più possibile i costi. Nessuno vuole certamente mancare di rispetto al proprio fornitore né al proprio proprietario dell’immobile. Dato che però siamo tutti sulla stessa barca magari una soluzione di compromesso si trova del tipo “ti pago il mese prossimo”, “ti pago appena mi arrivano i soldi”, “ti pago in sei comode rate”…Nel frattempo, molti potrebbero cercare di riconvertirsi con qualche soluzione produttiva di breve periodo. Come quelle aziende di moda che hanno iniziato a produrre mascherine o come i ristoratori che hanno avviato consegne a domicilio. E che fare con i prestiti che le banche dovrebbero erogare? Certo, sempre di prestiti si tratta. Debito che si aggiunge ad altro debito che magari già c’è. Però, se non è possibile fare altrimenti, il suggerimento è di prenderli. Poi a pagarli ci penseremo (dimentichiamoci per un attimo dell’estrema prudenza e disciplina pavese…). E’ possibile che anche questi ci aiutino a superare l’anno disgraziato. Di sicuro, una volta che ne saremo tutti usciti dovremo avere una unica volontà: non ripetere gli errori del passato e migliorare. Investire ancora di più nel nostro territorio, nei nostri punti di forza, che in questa crisi stanno sempre più chiaramente emergendo. Credere ancora nella vocazione agricola dei nostri luoghi, che ci permette di trovare sempre buoni alimenti pur in quarantena. Sostenere le nostre eccellenze mediche e scientifiche, che garantiscono assistenza ma che fanno anche ricerca per trovare delle cure. Ritornare a valorizzare le qualità turistiche della nostra terra, costellata da chiese e monumenti storici, castelli, borghi e paesaggi collinari, che in molti, vista la difficoltà di viaggiare su più lunghe distanze, potranno riscoprire. Tornare ad apprezzare le nostre piccole e medie aziende, fatte di persone motivate non solo dal senso del profitto ma dall’orgoglio del lavoro e dal senso di responsabilità sociale. Ritrovare il sorriso nel veder riaprire la saracinesca del ristorante, della bottega artigiana, del macellaio, dell’estetista e del parrucchiere. Perché con quella riapertura non avremo ritrovato solo un prodotto o un servizio, ma un amico. Lo so che a questo punto mi sarò un po’ dilungato nelle risposte, che avrò monopolizzato il discorso del bar, ma il direttore di questo giornale mi concederà qualche breve riga ulteriore. Per concludere, infatti, formulo un mio personale auspicio. Mi auspico che in futuro il nostro territorio possa contribuire con tanti amministratori pavesi, dal senso pratico e dalla risaputa attenzione per le finanze, al governo della nostra nazione. Penso che la sapienza pavese potrebbe essere utile per gestire sia anni buoni che anni disgraziati, con soluzioni un po’ più concrete e azioni meno incerte. Ora devo veramente concludere, perché il bar sebbene “virtuale”, ad una certa ora deve pur chiudere. E poi a insistere nel parlare di economia, rischierei di essere paragonato a quell’avventore che continuava imperterrito a blaterare sulle formazioni calcistiche del campionato di Serie A.

Alberto Dell’Acqua Direttore Master in Corporate Finance, SDA Bocconi