Jack Facciamanna e un nuovo album: “Drinking & Pissing”, ma guai a chiamarlo solo disco

MORTARA - Chitarra, armonica e poco altro, in quei brani in bianco e nero dove il tempo lo si tiene col piede. Vecchi blues degli anni ’30 neri come la notte nera, cartoline sbiadite a ritmo ferroviario, di vagabondi sui vagoni merci che andavano senza sosta e senza meta da una parte all’altra degli States.

“Drinking & Pissing” non è solo un Lp, ma uno stato d’animo. Registrazioni in casa, durante il lockdown, con la mancanza estenuante di un palco.

Lo presenta così Jack Blues Facciamanna, vigevanese trapiantato a Mortara, una lunga carriera dentro la sua passione. Il country, il rock, i suoni delle radici americane, dove tutto era cominciato.

“Si tratta di cover soprattutto dei classici dell’anteguerra, Leadbelly, Lonnie Johnson – spiega il musicista – con la tecnologia che mi è venuta in soccorso. Le sovraincisioni, la voce in più (che poi è sempre la mia) rendono quei suoni arcaici appetibili anche a orecchie abituate a un gusto più moderno. Ho interpretato alla mia maniera canzoni mitiche, ho ingannato il tempo divertendomi guardando il palco solo da lontano, da solo in casa come un animale in gabbia”. “Drinking & Pissing”, “Bevendo e… orinando”, puro spirito rock and roll disponibile sulla piattaforma Soundcloud.

Un ritorno alle radici, una catarsi tra le mura domestiche per riposare le corde vocali che risulta perfettamente coerente: Jack Blues, che in realtà si chiama Davide Casera, mortarese, classe 1967, è rimasto folgorato in tempi non sospetti sulla via del bluegrass e del country. Manco fossimo a Nashville. Nella vita di tutti i giorni in realtà Casera è un libraio. Tutte le mattine prende il treno per Milano per recarsi nella sede di una libreria internazionale, in pieno centro, dove è responsabile delle vendite. Lavoro e passione: i testi a tema “musica” che divora nei tempi morti non si contano.

“Coi Foggy Fields Ramblers, il mio gruppo – prosegue – ci siamo incontrati una volta sola in un anno, a ottobre, in un grande concerto alla cooperativa Portalupi. Si va avanti a fatica, con voglia di ritornare ma anche con timore.

Come faceva John Lennon, anche io in casa, perfino durante la quotidianità con mia moglie e i miei figli, tengo la radio accesa a volume basso. Per fortuna comprendono. Trovo sia l’unico modo per avere un’ispirazione costante, per trarre spunto da ogni suono, farlo proprio, trasformarlo in qualcos’altro. Questo è il vecchio spirito del blues nero: non esisteva il plagio, ma un’evoluzione continua collettiva. Per questo ho registrato un Lp di cover. Come tributo, ma anche come mia interpretazione personale dei classici”.

A distanza, durante i vari lockdown, Jack Blues ha dato vita a un altro progetto parallelo. “Ci chiameremo – conclude – Mama Goose Band: vivo a Mortara, la “mamma oca” non può che far parte di me”. Con un nome così figuriamoci la musica: un mix esplosivo di fisarmonica e cajun, i suoni del delta del Mississippi. Cose mai sentite dalle nostre parti.

Nei giorni in cui era consentito provavano in una vecchia cascina a Cozzo, quasi fosse una seduta spiritica. Un ritorno alle radici arcaico e genuino. Come se il Faust del blues lomellino avesse davvero venduto l’anima al Diavolo.

Davide Maniaci