Dalle livree dei motorini all’expo di Maratea: l’arte di Francesco Galifi è un messaggio sociale

MORTARA - Un’arte per pensare, un’arte per riflettere. Così nella più estrema sintesi si potrebbe riassumere l’operato artistico di Francesco Galifi. Impiegato per lavoro presso la carrozzeria Galifi, disegnatore-pensatore durante il tempo libero. Soprattutto nel fine settimana non può che concentrarsi su ciò che sin da ragazzo gli è sempre piaciuto, disegnare. Momenti di rapimento lo colgono durante l’attività artistica, preso dalle idee che vuole assolutamente esprimere su tela.

“Da ragazzo, negli anni ’90, nonostante i miei studi scientifici, ho sempre avuto la passione per il disegno. Ho cominciato ad aerografare i motorini e i caschi degli amici. I miei lavori erano molto apprezzati, così ho deciso di chiedere un compenso. Spariti tutti, nessuno mi ha praticamente più chiesto niente. Alcuni anni dopo, nel 2008, ho esposto con il Circolo Culturale Lomellino alcuni lavori che mi ero messo a fare. A quel tempo il mio stile era astratto, mi piaceva lanciare colore sulla tela. Poi ancora uno stop fino al 2014, anno da cui non ho più smesso di disegnare e dipingere con continuità”.

Uno stile che da allora è in continua evoluzione, sempre alla ricerca della sintesi stringente di forma e contenuto. Sarebbe troppo semplice proseguire sempre con le stesse modalità, sulla stessa scia.

“Non ho alcuna intenzione di definirmi un artista, non me la sento. Sono un uomo che pensa e che vuole esternarlo. La tela è il materiale più congeniale a me. Ritengo, nel mio modesto parere, che oggi ci siano molti che sono arredatori più che artisti.

La vacuità dei contenuti è molto diffusa, per vendere i più ricercano le forme e i colori che attirano l’attenzione e che piacciono perché di moda. Sono opere che anche io apprezzo, perché sicuramente sono ‘belle’ ma non trasmettono un messaggio. Ho provato anche con forme di espressione diverse, ascoltando per un po’, ad esempio, la trap. Sempre a mio parere modesto ritengo che sia una ripetizione continua degli stessi temi, con le stesse modalità. Blandi rifacimenti poco incisivi possiamo dire. In generale la cultura si è appiattita”.

Francesco Galifi non apprezza quindi il famoso detto “L’art pour l’art”, troppo fine a sé stesso e autoreferenziale. È molto più importante seminare il dubbio negli altri. A motivo di questo le sue tele sono cariche di simboli e rimandi ad una cultura sotterranea, che vuole sondare quei fiumi carsici e quegli anfratti nascosti che ci riguardano nella nostra interezza come uomini. Così alla ripresa dell’attività artistica le tele rappresentano simboli e opere monumentali di antiche civiltà, come sumeri, babilonesi, ebrei, indiani e civiltà precolombiane, alla ricerca di profondi sensi alla scoperta dell’origine dell’uomo. E a rendere più densa la significazione si aggiungono alieni, simboli esoterici e rimandi alle manipolazioni genetiche. Un carico importante di forme e colori a cui bisogna prestare attenzione a ogni dettaglio per scoprirne i significati per giungere a quello complessivo. Pare quindi riuscire nel suo intento di far riflettere.

“Ultimamente ho cambiato il tiro, ispirandomi alla situazione attuale. Non tanto il virus in sé con le sue malefatte. Mi è interessato piuttosto tutto ciò che ci sta attorno e tutto quello che i grandi potenti mondiali, gli illuminati, ci hanno costruito sopra. Una prigione per noi uomini e un ponte levatoio che si sta abbassando sempre più, ormai palesemente, a impedirci la libertà, come ho mostrato nel mio dipinto Scarecovid19. Oppure l’ipocrisia sempre maggiore che si sta creando, che ci riempie di palliativi e finte ricompense, paragonandola ad un parco giochi dall’aspetto felice ma il cui unico effetto è quello di togliere il sorriso. Così ho voluto rappresentare in The land of toys.

C’è in atto una forte manipolazione sulla mente degli uomini. Mio intento è denunciarla”. Una passione che ha portato anche a qualche soddisfazione personale. Nel 2016 ha potuto organizzare una mostra personale in una galleria padovana. Non ha tuttavia voluto proseguire con la strada di concorsi ed esposizioni. Per sua esperienza ha imparato che il mondo dell’arte è pieno di squali e sciacalli. Però non tutti sono così. Infatti, da qualche tempo a questa parte collabora con la galleria Memoli di Potenza, in una collaborazione pacifica con il gallerista dott. Memoli.

“Nel 2018 a Maratea, dove c’è la residenza estiva della galleria, il gallerista ha organizzato un’esposizione lungo le vie cittadine a cui hanno partecipato diversi artisti tra cui me. L’iniziativa è stata menzionata anche al TG3 e ho avuto la piccola soddisfazione di essere stato menzionato nel programma".

Vittorio Orsina