Con Maria Forni rivive l’inferno di Auschwitzdalle parole di Primo Levi

E' disponibile da questa mattina sul canale YouTube del Civico 17, l’intervento di Maria Forni sul ricordo del gelido sterminio perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei e altre minoranze. Sarà preceduto dalla video intervista con Daniel Vogelmann, direttore della casa editrice Giuntina, specializzata in pubblicazioni di cultura ebraica, e figlio di un padre deportato nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau. “Ho iniziato – spiega Maria Forni (nella foto) – con la lettura di alcuni passi tratti da Primo Levi incentrati su quello che i deportati trovavano ad Auschwitz, tra gelide baracche, sadiche guardie, feroci cani e la babele delle lingue delle varie comunità internate. Mi ha molto sorpreso, rileggendo Primo Levi, constatare che il testo sia intessuto fittamente di richiami all’inferno di Dante”. La condizione di una visione ultraterrena che si è fatta realtà. In posti defilati, conquistati con l’avanzata verso est, i campi di sterminio erano vere e proprie fabbriche della morte dove nei picchi dei mesi estivi del ’44 si sono arrivate a uccidere quasi trentamila persone al giorno. “Ho poi incentrato il mio intervento – prosegue - sulle radici culturali dell’antisemitismo. Dal medioevo fino al nostro Novecento. Poi mi sono voluta concentrare su tre parole in particolare: parole, colori, musica. Come dicevo i campi di concentramento e di sterminio erano una babele di lingue. Per sopravvivere bisognava sempre stare sull’attenti ed essere furbi. Si era andata a creare una lingua franca dei deportati a base tedesca, mischiata a elementi di yiddish e polacco. Allo stesso modo anche le guardie si sono create tutto un loro linguaggio per sbeffeggiare o meglio disumanizzare i deportati. Li chiamavano ‘pezzi’, Stücke in tedesco. I colori li ho collegati ai triangoli, pezzi di stoffa che i deportati erano costretti a portare per essere distinti nelle varie categorie di sottoumani. Giallo per gli ebrei, rosso per i politici, rosa per gli omosessuali, i rom e i sinti. Colori che privavano ogni uomo della sua dignità”. La musica invece ha almeno due diversi risvolti. Poteva essere rinfrancante, poteva essere il triste accompagnamento sonoro alle ‘Marce della morte’. In campi come Terezin in Austria, o nei vari ghetti delle città europee, basti pensare a Varsavia, ci sono ancora nascosti o seppelliti gli spartiti che ancora oggi vengono di tanto in tanto riscoperti e suonati dalle varie orchestre in giro per il mondo. Infine: “Concluderò con un cenno ai deportati pavesi e leggendo una poesia di Jacopo Dentici, partigiano vogherese deportato”.

Vittorio Orsina