Anche l’asteroide ha la sua festa: il fisico Maccagnola “spiega” questi corpi celesti

Pensare che possa esistere una giornata mondiale dedicata agli asteroidi potrebbe far sorridere qualcuno. Eppure, questa ricorrenza esiste. Martedì prossimo è l’Asteroid Day, manifestazione che si celebra ogni anno con eventi e proposte culturali tutte incentrate sul grande tema degli asteroidi. Il 30 giugno è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite come giorno per sensibilizzare l’opinione pubblica su questi corpi rocciosi e sulla loro potenziale pericolosità. Sono tantissimi i motivi per valorizzare questa iniziativa. Quattro su cinque estinzioni di massa, infatti, sono state provocate dall’impatto di asteroidi con il pianeta Terra. Oggi è possibile calcolare con sufficiente precisione se un oggetto è in rotta di collisione con la Terra, ma se un evento del genere dovesse mai preannunciarsi, gli scienziati non sarebbero in grado di deviare un asteroide e salvare la Terra come nei blockbuster di Hollywood, perché le tecniche non sono ancora state sperimentate. Andrebbero fatti molti più sforzi per finanziare una maggiore ricerca in questo settore. A spiegarlo è il professore di fisica e matematica Roberto Maccagnola, mortarese che vive a Robbio ed è laureato in astrofisica presso l’università di Pavia. “Ogni anno – spiega il professore – vengono scoperti asteroidi sempre nuovi, e questo avviene non solo tramite i grandi osservatori astronomici, ma anche grazie ai piccoli osservatori amatoriali accreditati, come quello di Casasco, in Piemonte. La capacità di determinare la posizione corretta di un asteroide consente di capirne la pericolosità. La ricerca in questo senso è molto importante, ma non viene valorizzata. Gli asteroidi, banalmente, potrebbero anche essere una risorsa economica, perché sono ricchi di minerali pesanti molto rari sulla superficie terrestre. Ma per avere la possibilità di andare a recuperarli servono governi che abbiano la volontà politica di investire. Negli Stati Uniti, giusto per fare un esempio, la NASA ha un bilancio di 13 miliardi di dollari. Per la difesa, invece, il governo stanzia 300 miliardi di dollari: una bella differenza. In Italia, invece, i piccoli osservatori amatoriali spesso non ricevono fondi e sono costretti a chiudere. Mancano poi i finanziamenti per i ricercatori: qui le borse di studio non garantiscono il pensionamento e questo porta al triste fenomeno dei cervelli in fuga”. La ricerca, quindi, procede a rilento. Sopravvivremmo oggi all’impatto di un asteroide? Non si può sapere, ma quel che è certo è che i dinosauri non ce l’hanno fatta. “Per deviare un asteroide – illustra il professor Maccagnola – dobbiamo innanzitutto stabilire di che tipologia è. In natura esistono infatti gli asteroidi monolitici e quelli che vengono comunemente chiamati rubble pile, perché consistono in un insieme di rocce tenute insieme dalla forza di gravità. Per deviare un monolitico bisogna provocare sull’asteroide un’esplosione nucleare. Questa tecnica non funzionerebbe però per un rubble pile, a causa della sua struttura. Qui ci vorrebbe un trattore gravitazionale, ovvero un oggetto di grande massa in grado di allontanare l’asteroide dalla sua traiettoria originaria”. Gli asteroidi sono residui rocciosi risalenti alla formazione del sistema solare collocati tra le orbite di Marte e Giove, che hanno contribuito alla formazione dei pianeti e hanno portato sostanze organiche. Ma perché, allora, alcuni sfuggono dalla loro posizione naturale? “Questo si spiega con l’effetto Yarkovsky. – conclude l’astrofisico – In pratica succede che la faccia dell’asteroide rivolta verso il Sole emetta una maggiore quantità di radiazioni, e di conseguenza aumenta la sua quantità di moto. In questo modo le orbite cambiano e diventano più ampie. Se il perielio, ovvero il punto di minima distanza di un corpo dal Sole, cade proprio sul Sole stesso, allora il corpo roccioso precipita sulla superficie solare. Altrimenti, se l’asteroide interseca prima l’orbita della Terra, potrebbe cadere qui”.

Massimiliano Farrell