Allarme povertà: da gennaio aumentano del 23% i pasti offerti dalla mensa Caritas

Oltre duemila pasti in più dall’inizio dell’anno. Un aumento del 22,8 per cento delle persone costrette a rivolgersi alla Caritas in cerca di un pasto caldo. Se da un lato i contagi calano, dall’altro ad esplodere è la povertà. Che si tramuta in fame. In un clima di emergenza da primo dopoguerra, quando era difficile mettere assieme il pranzo con la cena. Un chiaro segnale di come la pandemia abbia stravolto la vita di tante persone, che all’improvviso si sono trovate bisognose di aiuto. E’ un esercito di invisibili, quello che si rivolge alla mensa dei poveri di via Sforza. I responsabili della mensa non hanno dubbi: l’emergenza da Covid ha portato ad un netto aumento delle richieste di assistenza. Una situazione confermata dalle cifre. Mettendo a confronto i numeri registrati da gennaio a maggio del 2020 con quelli degli stessi mesi del 2019 è chiara la gravità della situazione. “Siamo passati alla distribuzione di 10.993 pasti quest’anno, in confronto agli 8.951 dati nello stesso periodo del 2019 – spiega don Felice Locatelli, coordinatore della mensa – Abbiamo visto un’impennata di richieste nelle prime settimane di pandemia, poi la situazione si è stabilizzata e ora ci aggiriamo intorno ai 73 pasti al giorno”. I dati comprendono le porzioni concordate con la cooperativa Refectio, che tutti i giorni porta trenta pranzi completi per gli ospiti della mensa, insieme ai generi alimentari distribuiti ad ogni assistito. Questi vengono razionati ogni giorno per cercare di coprire il più possibile anche il pasto serale dei richiedenti. In più, due mercoledì al mese vengono distribuiti dalla mensa pacchi di generi alimentari, calibrati a seconda delle esigenze di ogni nucleo famigliare e destinati a coloro che hanno casa e possono cucinare in maniera più autonoma. “Distribuiamo circa 32 pacchi al mese – spiega don Locatelli – dividendo le consegne in due appuntamenti per evitare assembramenti. Per la maggior parte le persone che vengono a ritirare i pacchi sono italiane. Invece, i commensali ai quali distribuiamo pasti pronti sono per lo più stranieri. I generi alimentari che ci sono nei pacchi arrivano da alcuni supermercati con cui siamo entrati in contatto negli anni e che ci permettono di ritirare i prodotti rimasti invenduti e oramai sotto scadenza. Ora a questi si sono aggiunte alcune iniziative come il carrello solidale, che ci permettono di raccogliere alimenti donati dalle persone mentre fanno la spesa. A volte abbiamo anche prodotti che ci vengono donati dai ristoranti che devono svuotare le dispense. Questi pacchi contengono alimenti a sufficienza per una sola settimana. Nella settimana scoperta chiediamo che i nostri ospiti si appoggino ad altri servizi di distribuzione dei generi alimentari. Abbiamo lo stesso principio anche quando cerchiamo di aiutare con le spese delle bollette, che paghiamo solo a metà anche per responsabilizzare ogni persona nel prendersi carico della restante parte della spesa e non passare un messaggio sbagliato”. L’emergenza sanitaria ha portato anche a diverse modifiche nella modalità di distribuzione dei pasti in mensa. Già da gennaio, quando l’epidemia era solo una preoccupazione legata ad una città cinese lontana, i volontari della mensa avevano chiuso gli accessi al pubblico e trasformato il pranzo in una distribuzione di pasti. Con l’aggravarsi della situazione, è cambiata la spartizione degli alimenti freschi. Prima infatti ogni assistito poteva entrare nell’atrio della sede e scegliere tra i prodotti esposti sui tavoli quelli di cui più aveva necessità. “Adesso a pranzo ci troviamo solo in pochissimi a dividere i pasti, praticamente siamo io ed i componenti di una famiglia per ridurre al minimo il rischio di contagio – spiega il coordinatore –. Insieme prepariamo le porzioni, che vengono sigillate e distribuite a seconda delle necessità. Nelle buste aggiungiamo alimentari per la cena e attraverso un lungo tavolo che spingiamo fino all’esterno dove aspettano gli assistiti, consegniamo i pasti. Non ci sono praticamente contatti con i nostri ospiti, che comunque stanno rispettando le regole di distanziamento indossando tutti guanti e mascherina senza riunirsi in gruppi tra loro. Avevamo dovuto sospendere anche il nostro centro di ascolto, dove dialogavamo e apprendevamo le storie delle persone che venivano a chiederci aiuto. Per fortuna siamo riusciti a riprendere la scorsa settimana, organizzando gli incontri solo su appuntamento, all’aperto e mantenendo tutte le dovute precauzioni anti contagio”.

Beatrice Mirimin