Mortara, cementificazione sopra la media e caldo record: «Basta consumo di suolo, serve più verde in città»
MORTARA - Fermare il consumo di suolo e cambiare prospettiva nella pianificazione urbanistica. È l’appello che arriva da “La Mortara che vorrei”, che interviene nel dibattito sul futuro della città partendo dai dati relativi alla cementificazione del territorio e dalle conseguenze che, secondo l’associazione, questa trasformazione sta producendo sull’ambiente e sulla qualità della vita. Secondo i dati territoriali elaborati attraverso metriche Ispra e Istat, raccolti e diffusi attraverso piattaforme di analisi come SuoloData e richiamati dal movimento, a Mortara la superficie a copertura artificiale raggiunge oggi il 12,4 per cento del territorio comunale. Un valore indicato come superiore alla media regionale lombarda, pari al 12,2 per cento, e di circa 2,8 punti superiore alla media della provincia di Pavia. Tra il 2016 e il 2024, sempre secondo i dati citati, il processo di trasformazione del territorio sarebbe proseguito a un ritmo di circa 1,2 ettari all’anno, equivalenti a circa 1,7 campi da calcio. La velocità di trasformazione giornaliera viene quantificata in circa 34,1 metri quadrati di nuovo suolo artificializzato al giorno. Numeri che, per “La Mortara che vorrei”, impongono una riflessione sulle future scelte urbanistiche. “Il problema - spiegano Luana Ghirello e Adriano Arlenghi - non riguarda soltanto l’aspetto estetico della città o la quantità di aree verdi rimaste, ma le funzioni naturali svolte dal terreno”. Uno degli aspetti evidenziati riguarda l’acqua. Secondo la stima contenuta nell’analisi, la progressiva impermeabilizzazione del territorio impedirebbe a circa 5,6 milioni di litri di acqua piovana all’anno di infiltrarsi nel terreno e contribuire alla ricarica delle falde. Il fenomeno assume particolare rilevanza durante gli eventi meteorologici intensi: l’acqua che non può essere assorbita dal suolo deve infatti essere smaltita più rapidamente attraverso il sistema di drenaggio urbano, aumentando la pressione sulla rete fognaria e il rischio di allagamenti. Al consumo di suolo viene inoltre associata una perdita della capacità naturale del territorio di immagazzinare carbonio, quantificata nell’analisi in circa 24,9 tonnellate di CO₂ all’anno, oltre all’aggravarsi delle cosiddette isole di calore urbane. È proprio il tema del caldo urbano a rappresentare uno dei punti centrali dell’appello. “Le estati sempre più lunghe e caratterizzate da temperature elevate - sottolineano Ghirello e Arlenghi - non possono più essere considerate soltanto un’emergenza temporanea. In una città con una componente significativa di popolazione anziana, le temperature elevate possono rendere particolarmente difficili le condizioni di vita nelle aree maggiormente esposte. Asfalto e cemento assorbono il calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente nelle ore notturne, contribuendo a mantenere più elevate le temperature anche dopo il tramonto”. Da qui la proposta di considerare gli alberi non come semplice elemento decorativo, ma come una vera e propria infrastruttura climatica urbana. L’idea è quella di aumentare la presenza di alberature lungo le strade e nei luoghi pubblici, soprattutto nelle zone frequentate dagli anziani, creando aree ombreggiate e contribuendo alla riduzione delle temperature. La proposta non si limita a piantare più alberi, ma punta anche sulla scelta delle specie. Secondo l’associazione, nelle zone umide e lungo i corsi d’acqua potrebbero trovare spazio specie come ontano nero e salice bianco, particolarmente adatte ai terreni umidi. Nelle aree periurbane vengono invece indicate specie come carpino bianco e pioppi, mentre farnia e acero campestre potrebbero contribuire alla ricostituzione di elementi tipici del bosco planiziale. L’obiettivo dichiarato è combinare ombreggiamento, assorbimento degli inquinanti atmosferici, capacità di stoccaggio del carbonio e tutela della biodiversità. Il movimento propone inoltre di utilizzare, per la messa a dimora e la manutenzione del verde, anche progetti di inclusione e strumenti di lavoro di pubblica utilità, con l’obiettivo di contenere i costi per la collettività. La questione si sposta inevitabilmente sul Piano di Governo del Territorio e sulle future scelte urbanistiche. Secondo “La Mortara che vorrei”, gli scenari di crescita demografica e di espansione edilizia dovrebbero essere rivisti alla luce degli obiettivi europei di progressiva riduzione del consumo di suolo, fino al traguardo del consumo netto zero entro il 2050. In uno degli scenari considerati dal movimento, una crescita insediativa non accompagnata da una strategia di rigenerazione potrebbe determinare il consumo di oltre 89.000 metri quadrati di nuovo suolo. Da qui la richiesta di spostare il baricentro delle politiche urbanistiche: non più una città che cresce principalmente attraverso nuove espansioni, ma una città che recupera ciò che già esiste. “Le proposte avanzate - illustrano i promotori - sono sostanzialmente tre. La prima riguarda il riuso dell’esistente, attraverso il recupero delle aree industriali dismesse, degli edifici abbandonati e degli spazi già urbanizzati, evitando nuove espansioni sui terreni agricoli e sulle aree verdi. La seconda è il depaving, ovvero la desigillazione del terreno: eliminare asfalto e pavimentazioni non più necessarie da cortili, vecchi parcheggi e spazi urbani per restituire permeabilità al suolo. La terza riguarda le nuove costruzioni e le opere pubbliche, con l’introduzione di pavimentazioni drenanti, grigliati erbosi, coperture verdi e materiali capaci di limitare l’accumulo di calore”. Una strategia che, secondo l’associazione, dovrebbe essere accompagnata da un vero piano di forestazione urbana. Nel dibattito cittadino entra inevitabilmente anche la questione delle nuove strutture di vendita. “La Mortara che vorrei” considera questo tipo di interventi particolarmente delicato proprio dal punto di vista del consumo di suolo. Per il movimento, ogni nuova previsione urbanistica dovrebbe essere valutata considerando l’insieme delle superfici direttamente e indirettamente interessate dall’intervento e non soltanto il sedime dell’edificio. La richiesta finale è rivolta direttamente alle istituzioni. “La tutela del nostro territorio comincia dal rendere le informazioni pubbliche, trasparenti e accessibili a chiunque, senza barriere tecniche - sostengono i portavoce dell’associazione - l’obiettivo dichiarato è arrivare a un cambio di paradigma nella gestione urbanistica della città: meno consumo di territorio e maggiore capacità di recuperare gli spazi già compromessi”. Per Mortara, dunque, il confronto sul futuro del territorio non riguarda soltanto dove costruire o non costruire. Riguarda quale città si vuole consegnare alle prossime generazioni. E in un territorio dove le estati sono sempre più calde e gli eventi meteorologici estremi rappresentano una delle sfide della pianificazione urbana, la domanda posta dall’associazione è destinata a entrare nel dibattito politico locale: quanto nuovo cemento può ancora permettersi Mortara e, soprattutto, quale alternativa può essere costruita al modello dell’espansione?
Massimiliano Farrell