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Doppia festa per Santa Veneranda. Domenica prossima, 16 novembre, giorno festivo più prossimo alla memoria liturgica (14 novembre), nella basilica di San Lorenzo verrà celebrata solennemente la festa di Santa Veneranda. La festa sarà doppia. Alle 18 l’arcivescovo Vincenzo Di Mauro, vescovo emerito di Vigevano, presiederà la solenne Santa Messa in occasione del Giubileo delle associazioni parrocchiali e cittadine. Prima però, venerdì 14 novembre, giorno in cui il martirologio ricorda Santa Veneranda, in basilica la Messa sarà celebrata alle 9 e alle 17 e 30.

IL GIUBILEO

“La celebrazione eucaristica rappresenterà un momento di grazia e di riconoscenza per il prezioso impegno di tutte le realtà associative che, nella nostra città e sul nostro territorio, si dedicano con generosità al servizio degli altri. – così don Marco Torti invitando le associazioni alla celebrazione – In questo 2025, in particolare, ricorre anche il centenario della composizione delle reliquie di Santa Veneranda e della realizzazione della bellissima urna che le contiene, entrambe frutto della fede e della carità pastorale del prevosto monsignor Luigi Dughera, anniversario che merita di essere celebrato in modo adeguato e solenne”.
 Il 31 marzo 1925, secondo quanto riportato nei diari dell’allora parroco monsignor Luigi Dughera, furono esaminate con attenzione le ossa di Santa Veneranda e ne furono contate novanta; intanto le suore dell’Immacolata Regina Pacis si adoperavano nel preparare l’abito della Santa. Anche l’urna fu oggetto delle cure più intense. Furono ricordate le due città “sorelle” con i rispettivi stemmi: Roma e Mortara; luogo della cosiddetta nascita al cielo, la prima città, e patria di adozione, la seconda. Sugli otto smalti della grande arca si possono vedere ancora oggi: San Lorenzo, San Cassiano, San Michele, San Giovanni Battista, Sant’Albino, Sant’Amico, Sant’Amelio e, ovviamente, San Carlo. Inoltre fu riprodotta l’iscrizione del 1725 che recitava così: Hic sacra civis Veneranda quiescit in urna. Ardor Martyrum Virginitatis odor (Qui riposa nell’urna la santa concittadina Veneranda. Ardore di martirio, profumo di verginità). Il diadema aureo che adorna il capo della Santa venne realizzato con l’oro donato dai mortaresi.

LA DEVOZIONE


“La presenza e la testimonianza di carità e di attenzione ai più poveri della nostra cara “santina” continua ad alimentare la fede e la carità della comunità cristiana mortarese. Crediamo che questa occasione giubilare possa diventare un segno di comunione e di gratitudine verso quanti, come voi, incarnano quotidianamente i valori evangelici della solidarietà, del dono e dell’attenzione al prossimo e alla vita della città. – prosegue don Torti anche a nome degli altri sacerdoti mortaresi - Sarebbe per noi motivo di grande gioia poter contare sulla vostra presenza, magari anche con i vostri segni distintivi, per rendere visibile l’unità e la ricchezza del servizio che, in modi diversi, tutti condividiamo”.
Mortara tutta è chiamata a stringersi attorno alla sua compatrona. Proprio come negli eventi di cento anni fa. Era il 14 maggio 1925, quando la nuova urna lasciò Casa Madre per raggiungere la basilica laurenziana: qui rimase esposta alla venerazione dei fedeli per più di una settimana. Il 21 maggio, lo ricorda ancora la lapide posta nella controfacciata della chiesa di San Carlo, la Santa tornò “a casa” al termine di una processione trionfale: quattro vescovi, oltre al clero locale, e gran concorso di popolo. 
Oggi, per usare le parole del parroco don Marco Torti, proprio la fede e la carità della comunità cristiana di Mortara alimentano il naturale affetto che la ha la città nei confronti della “santina”. Un legame sentimentale che si perde lungo i secoli e che attraversa guerre e carestie, epidemie e speranze, lutti e gioie. Tutto questo accompagnato dalla disarmata potenza della preghiera. Ed è proprio questo sottile, quasi impercettibile, filo rosso che unisce i mortaresi di ieri a quelli di oggi. La devozione popolare per Santa Veneranda è ciò che accomuna i mortaresi del XVII secolo a quelli di domani. Proprio con il passare degli anni, dei lustri e dei secoli si è tramandato, di generazione in generazione, questo legame che trae linfa vitale da una profonda devozione. Sincera. 
Non si contano le nonne e le madri che si sono inginocchiate sui gradini dell’altare che ospita le sacre ossa. Non è possibile nemmeno contare il numero di persone che hanno chiesto l’intercessione della santa per un favore celeste. Per una grazia pensando al congiunto provato dalla sofferenza della malattia o al figlio chiamato a combattere al fronte per una guerra che non è mai giusta.

I MIRACOLI


Succede però che le “grazie” trovano nome e cognome, quasi a diventare tangibili testimonianze dei prodigi della “santina”. 
Nel 2014, anno in cui si celebravano i 350 anni della presenza della santa nella sua piccola chiesa, proprio il nostro settimanale aveva pubblicato la storia di alcune di queste testimonianze. Un racconto quasi intimo, firmato da Savina Raimondi, indimenticabile collaboratrice di questo settimanale, che ha riportato alla luce angosce, speranze e gioie vissute nella penombra di quella antica chiesa piantata nel cuore della città come fosse una fonte di speranza.
Ormai oltre un decennio fa l’urna della santa era stata sottoposta ad un intervento di decisa pulitura, proprio come il simulacro che contiene le ossa della martire. E durante queste operazioni è spuntata, dai meandri del tempo, una fotografia custodita nell’urna e ingiallita dall’inesorabile scorrere degli anni. L’immagine ritraeva un giovane in divisa militare e sul retro recava una scritta di cinque parole: “Sottotenente Giacomo Prati, Africa Orientale”. 
È facile credere che il sottotenente Prati sia stato impegnato nella campagna d’Etiopia per riportare, secondo la prosopopea fascista, l’impero sui colli fatali di Roma. 
Dagli scritti di monsignor Luigi Dughera, però, si trovano alcune informazioni utili a datare la fotografia e lo stesso canonico prevosto di San Lorenzo ci lascia le cronache degli eventi religiosi legati a santa Veneranda in quegli anni.
Scriveva il sacerdote: «Parecchi  soldati mortaresi partirono per il continente africano. Prima però vollero che le loro fotografie fossero deposte sopra l’urna di S. Veneranda. Ad esse se ne aggiunsero parecchie altre, portate da paesi circonvicini e inviate da lontano. A nostra volta facemmo un voto alla Santa “se tutti i nostri soldati ritorneranno sani e salvi, noi ti porteremo in trionfo per le vie della città”. Il 5 maggio 1936 segnò la data della vittoria e della pace. Di mano in mano i nostri soldati ritornarono. Ritornarono tutti. Si imponeva l’adempimento del voto».
Dalle cronache di allora emerge che una folla enorme, proveniente anche dai paesi limitrofi si riversò in città. Tutta Mortara era presente: autorità, semplici cittadini e soprattutto i reduci che si alternavano a portare in spalla la bara. In testa la schola cantorum accompagnata dalla banda cittadina che ripete, sotto diverse armonie, il “Jesus corona Virginum”. Un corteo interminabile, dai balconi illuminati e addobbati venivano lanciati petali di rosa sull’urna. All’indomani parecchi quotidiani parlarono dell’evento, anche lo stesso Corriere Eritreo di Addis Abeba.
Un’altra memorabile processione si tenne alla fine del secondo conflitto bellico mondiale. Il 26 aprile 1946 in città veniva esposto un avviso che recitava: «Mortaresi! ... quando al 10 giugno un fremito di sgomento invase la nostra Patria per la dichiarazione di guerra, istintivamente ci siamo votati alla nostra grande Protettrice, Santa Veneranda, per la salvezza della città. Mortara subì  cento e cento prove terrorizzanti e parecchi bombardamenti, ma fu salva. Oggi si impone  un solenne tributo di riconoscimento alla nostra Protettrice». E così la Santa lasciò di nuovo la sua chiesa e, sotto un’ala di folla entusiasta, attraversò la città per l’occasione tutta illuminata con lamponi nuovi. Alla testa del corteo il cardinale arcivescovo di Milano, oggi beato, Alfredo Ildefonso Schuster. Era usanza allora ricorrere alla Santa  non solo per calamità come la guerra, ma anche quando un proprio caro stava male, facendo aprire l’urna ed impartendo particolari benedizioni.
Le cronache parrocchiali riportano diversi casi di guarigioni miracolosi dovute all’intercessione di Santa Veneranda. È il caso di un bambino di tre anni, Pierino Bellani, colpito da un ascesso al ventre: il bambino doveva essere sottoposto ad una difficile operazione chirurgica (correva l’anno 1926), la mamma pregò intensamente la santa ed il bambino, tra lo stupore dei medici, guarì. E così fu pure per Carlo Pugni, abitante in contrada dello Zerbo a Mortara, colpito da un calcio di cavallo: l’uomo versava in gravissime condizioni e, grazie all’intercessione della santa, guarì. Anche una non meglio specificata signorina di un paese limitrofo a Mortara che, colpita da un gravissimo male, dopo aver pregato intensamente la santa incominciò lentamente a riprendersi fino a guarigione completa. 
Molti sono i prodigi riferiti a Santa Veneranda, non tutti sono documentati: alcuni sono riportati dalle cronache dell’epoca, altri sono custoditi nel cuore dei devoti che si sono rivolti a Lei in un momento di difficoltà.