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VIGEVANO – Un atto ufficiale, dalla grande rilevanza simbolica. Il cardinal Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha consegnato al vescovo di Vigevano, monsignor Maurizio Gervasoni, il decreto con cui la Santa Sede riconosce la venerabilità di Nerino Cobianchi. La “consegna” è avvenuta venerdì scorso, 27 marzo, durante la solenne celebrazione liturgica avvenuta in duomo. “Quello di «venerabile» – ha esordito il porporato nell’omelia – è un titolo che la Chiesa attribuisce a quei suoi figli e a quelle sue figlie che, durante la loro esistenza terrena e nella loro propria condizione di vita, hanno esercitato le virtù cristiane, teologali e umane, in una forma al di sopra del comune e tale, perciò, da essere attrattiva nella comunità dei fedeli ai quali sono indicati come un modello da seguire. Ecco il valore cristiano che la Chiesa oggi riconosce a Nerino Cobianchi”.
Figlio, marito, padre. Nerino Cobianchi è stato un uomo che ha vissuto la Fede quotidianamente, portandola nella vita di tutti i giorni. Facendola diventare un fatto “normale”. Ma è in questa “normalità” che si nasconde la sua straordinarietà.
“La prima cosa che  ritengo dovere mettere in evidenza è che quella di Nerino Cobianchi è una testimonianza laicale. In una testimonianza fatta durante il processo di beatificazione e canonizzazione si legge che egli ha certamente incarnato le Beatitudini evangeliche insegnate da Gesù e che in questo egli è stato un modello di vocazione laicale nella Chiesa. – ha poi proseguito il cardinal Semeraro – Il secondo punto che desidero sottolineare è il suo impegno a superare, nell’azione pastorale, il confine di una sola parrocchia. Non c’è alcun dubbio che, ancora oggi, la parrocchia ha un suo importante valore; essa, tuttavia, non è l‘unico spazio per la vita cristiana. Non per nulla, il papa Benedetto XVI parlava di «un fecondo insieme tra l’elemento costante della struttura parrocchiale e l’elemento, diciamo, “carismatico”, che offre nuove iniziative, nuove ispirazioni, nuove animazioni». Da ciò Nerino si fece guidare anche nella relazione con la sua parrocchia: andare oltre! Oggi, peraltro, la questione si ripresenta con un volto nuovo e urgenze diverse all’epoca in cui egli visse e operò. Il terzo e ultimo punto che ritengo utile sottolineare è la convinzione che specialmente l’esercizio della carità ha di proprio il superamento dei confini. – ha sottolineato il prefetto in conclusione dell’omelia – Come il bene, essa è diffusiva per se stessa; tende, cioè, ad andare «oltre». La carità accesa da Cristo nel mondo è amore senza universale, senza limiti. Capiamo, allora, perché nell’esercizio della carità Nerino superò di molto i confini nazionali. In questo non gli mancarono difficoltà e incomprensioni, ma il fuoco dell’amore riuscì a fargli superare ogni ostacolo, anche perché esso alimentato da incontri e da relazioni fraterne. Penso all’incontro con Madre Teresa di Calcutta, oggi santa, ma cito pure il suo rapporto con mons. Giovanni Nervo, che fu il primo presidente della Caritas Italiana e del quale, nella Chiesa di Padova, è da poco iniziato il processo per la beatificazione e canonizzazione. Intendo dire che la carità non si organizza mai da soli, ma sempre nella comunione e nell’amore fraterno. È questo l’esempio che ci giunge dai santi. A conclusione della sua enciclica Deus caritas est Benedetto XVI citava una serie di santi della carità, come Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de’ Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta… sono le stelle che già brillano nel cielo della Chiesa. Il decreto di venerabilità ci dice che nel loro corteo luminoso si è affacciato pure Nerino Cobianchi. Anche noi, come lui, impegniamoci a vivere la nostra vocazione con una carità che ci spinge a testimoniare dappertutto l’amore del Signore”.