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La filiera del riso europeo lancia un doloroso grido d’allarme. I rappresentanti dei produttori e degli industriali di Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Francia, Bulgaria, Romania e Ungheria si sono riuniti venerdì scorso da remoto in una riunione d’urgenza convocata dall’Ente nazionale risi denunciando, per la prima volta nella storia recente della risicoltura europea, con una sola voce una situazione ormai insostenibile.
“La politica europea ci sta portando verso un declino irreversibile – ha accusato Natalia Bobba, presidente dell’Ente nazionale risi – Non possiamo più stare a guardare: è ora di agire. La preoccupazione è grande: le importazioni hanno raggiunto livelli mai visti penalizzando pesantemente i risicoltori e i trasformatori. I prezzi, schiacciati verso il basso da dinamiche speculative internazionali, stanno spingendo le aziende agricole verso scelte disperate, mentre la Commissione europea continua a snobbare il settore”. Sono state decise iniziative concrete che verranno messe in atto nelle prossime settimane con l’obiettivo di convincere i parlamentari europei a non approvare il Regolamento del Sistema delle preferenze generalizzate (Spg), che andrà votato alla fine di aprile, per consentire di modificarlo nella parte relativa alle soglie di attivazione della clausola di salvaguardia automatica. 
Pur apprezzando il principio dell’automatismo, le soglie di attivazione decise nel Trilogo (Commissione, Consiglio, Parlamento europeo) per la revisione della regolamentazione sono state definite “ridicole” e “fantasma”, incapaci di proteggere il lavoro della filiera europea, di cui Lomellina e Pavese sono le prime zone per superficie in Europa con 80mila ettari. Nel frattempo, il settore produttivo e della trasformazione dell’Unione europea rischia di veder svanire decenni di investimenti poiché il sistema attuale favorisce l’importazione di riso lavorato dall’estero, in gran parte già confezionato. L’ultima campagna di commercializzazione ha segnato un punto di non ritorno: 1,7 milioni di tonnellate di riso importate nell’Unione europea, di cui il 60% non paga alcun dazio doganale. 
Mentre i risicoltori europei sono strozzati da costi di produzione in aumento e regole ambientali rigidissime (come il Green deal, Patto verde), il mercato viene inondato da riso proveniente da Birmania, Cambogia, India e Thailandia a prezzi stracciati e con parametri di sicurezza spesso incerti. Ieri la filiera europea si è trovata unita anche nella richiesta di rivedere il meccanismo dei dazi all’importazione, stabiliti nel lontano 2004, prevedendo una tariffa specifica per il riso di importazione già confezionato e di esigere incondizionatamente il rispetto del principio di reciprocità affinché, a tutte le importazioni, siano imposti gli stessi parametri sanitari, ambientali e sociali richiesti ai produttori Ue. “Il rischio non è solo economico, ma anche ambientale e sociale: senza il riso, il territorio muore, lasciando un deserto sociale incolmabile”, hanno concordato i rappresentanti della filiera.

Umberto De Agostino