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MORTARA - Ci sono incontri che sembrano casuali e che, invece, col tempo, rivelano una direzione. Tre anni fa si sono conosciuti così: tra un’aula e un corridoio dell’università di Vercelli, studiando filosofia. Nessun progetto chiaro, nessun piano preciso. Solo conversazioni lunghe, idee che si rincorrevano e, quasi subito, un primo legame: la musica. È da lì che inizia la storia di smeeFF, Alloro e Jipsi Mankind – Fulvio Fabbri, Lorenzo Santagata e Mouhamed «Momo» Mbodji  – oggi uniti sotto un nome che è già una dichiarazione d’identità: Ariza. Dopo i primi dialoghi, è arrivato il bisogno di incontrarsi davvero, di provare, di trasformare le parole in suono. Il primo ostacolo è stato il più concreto: trovare un posto dove registrare. La prima soluzione è stata una sala musica all’interno dello studentato in cui viveva Lorenzo. Tutto era acerbo, imperfetto. Problemi tecnici continui, strumenti limitati, competenze ancora da costruire. Fulvio scriveva già da anni – aveva iniziato a 14 – e insieme hanno registrato qualche demo, più per capire chi fossero che per mostrarsi al mondo.
“Presto è diventato chiaro – spiegano Fulvio, Lorenzo e Momo – che da soli, almeno dal punto di vista tecnico, non saremmo andati lontano. Le idee erano tante, forse troppe, ma mancavano gli strumenti per realizzarle davvero”.
In un panorama musicale competitivo e affollato, soprattutto nel rap, sentirsi «inermi» è facile.
“Siamo un po’ come i nuovi calciatori – raccontano – tantissimi aspiranti, pochissimi spazi reali. E noi, studenti con risorse economiche ridotte, abbiamo dovuto fare i conti con la realtà”. Il primo EP è uscito lo scorso 12 dicembre, su YouTube e Spotify, una tappa importante, ma non facile da raggiungere. Dal 2024 decidono di affidarsi a uno studio musicale a Torino, una realtà giovane, ancora in formazione, che riesce ad andar loro incontro anche dal punto di vista economico. È un passaggio fondamentale, ma fragile. Lo studio attraversa difficoltà finanziarie e a un certo punto non è più disponibile. Una battuta d’arresto che pesa: per un attimo pensano persino di fermarsi. Poi, quasi per caso, arriva un nuovo contatto. È Lorenzo a trovarlo su Instagram. Un altro studio, altri volti, altri suoni.
“Da gennaio 2025 fino all’estate – proseguono Fulvio, Lorenzo e Momo – lavoriamo con fonici esperti che ci seguono passo dopo passo: registrazione, mix, master. È qui che Ariza prende forma davvero. Questo secondo capitolo si rivela decisivo: il progetto diventa più solido, più consapevole, più vicino a ciò che avevano in mente fin dall’inizio”.
Anche questa esperienza, però, non è priva di fratture. Questioni interne a questo secondo studio musicale, personalismi, tensioni li costringono a cambiare ancora. L’ultima fase del lavoro li porta al Club 68 Records di Torino, dove incontrano Thomas Kunze, il fonico che li accompagnerà fino alla chiusura dell’EP, occupandosi di registrazione, mix e master. È con lui che il cerchio si chiude.
“Ariza – dichiarano Fulvio, Lorenzo e Momo – è il nome dell’EP, ma anche del gruppo. Un neologismo che affonda le radici nel greco antico e che richiama il concetto di sradicamento: una condizione di estraneità, di ambiguità, di non appartenenza. È una parola che ci rappresenta, musicalmente e biograficamente. Noi non riusciamo, e forse non vogliamo, incasellarci. Non siamo solo hip hop, non siamo solo elettronica. Ci definiamo alternative hip hop con influenze elettroniche, ma la definizione resta aperta”. Anche le loro storie personali parlano di questo spaesamento. Fulvio è originario del Mozambico, vive a Mortara e ha conosciuto dal vivo i suoi parenti africani solo da poco. Momo è senegalese, figlio di una delle prime famiglie del Senegal arrivate a Vercelli. Lorenzo ha una nonna inglese, viene dal Sud Italia ed è approdato a Vercelli per studiare. Tutti hanno radici, ma il rapporto con esse è complesso, a volte conflittuale. Alla domanda «di dove sei?» nessuno di loro risponde con facilità.
“Questo senso di precarietà attraversa l’EP come un filo invisibile – commentano Fulvio, Lorenzo e Momo – i nostri testi parlano di vulnerabilità, di morte, di fuga, spesso attraverso i ricordi, e di introspezione. Parlano di futuro e di nostalgia, di ansia e di immaginazione. In Rdc, il primo singolo, sogniamo un concerto davanti a un palazzetto pieno di persone, mentre la realtà è una cameretta. È il divario tra ciò che si desidera e ciò che si è, l’ansia di esporsi, la paura di non essere all’altezza”. 
Dal punto di vista sonoro, il filo rosso è affidato all’elettronica. Momo ha curato il sound dell’intero disco, portando con sé le sue origini musicali, synth wave ed elettronica, e fondendole con il rap e l’hip hop. In Rdc emerge anche un immaginario quasi futuristico, costruito non solo con le parole ma con ogni elemento della base.
“L’idea è sempre la stessa – illustrano Fulvio, Lorenzo e Momo – trasmettere qualcosa, usare ogni strumento per dire chi siamo. Riascoltando Ariza, come accade sempre, riconosciamo che alcune cose si sarebbero potute fare meglio. Ma l’obiettivo era chiaro: creare un biglietto da visita, mostrare ciò che sappiamo fare oggi. L’EP lo viviamo come un figlio, con tutta la sua stranezza e la sua identità ancora in divenire. Dentro ci sono personaggi immaginati, frammenti autobiografici, molteplici percorsi tematici che si intrecciano senza chiudersi”. Ora lo sguardo è rivolto avanti. I ragazzi di Ariza stanno riflettendo su quale identità dare al gruppo e sui prossimi passi. L’idea è quella di costruire un collettivo musicale, uno spazio che possa accogliere artisti emergenti con sensibilità affini, dove ognuno possa portare il proprio contributo senza perdere sé stesso. Una comunità creativa, in tensione continua con l’identità individuale. “Una tensione che è già rappresentata nel simbolo di Ariza – concludono Fulvio, Lorenzo e Momo – sguardi diversi che si incrociano, si sovrappongono, trovano un punto comune. Un’immagine ispirata al triskell celtico, segno di movimento e intersezione”. 
Accanto al percorso di gruppo, restano aperti anche i cammini personali. Lorenzo sta pensando a un progetto solista, ancora in fase di definizione. Momo continua a lavorare sulle sue strumentali. Fulvio scrive, come ha sempre fatto, cercando parole che tengano insieme fragilità e verità. Ariza non è un punto di arrivo. È una presa di coscienza. È il tentativo di dire: non sappiamo ancora dove siamo diretti, ma sappiamo chi siamo adesso. E, in un panorama musicale che spesso chiede certezze e formule, forse è proprio questa incertezza, vissuta fino in fondo, a diventare la loro voce più autentica.

Massimiliano Farrell