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La storia dell’Unità d’Italia passa dalla Lomellina, territorio fertile non solo per il riso, ma anche per menti illuminate capaci di spiccare nelle travagliate vicende che portarono alla nascita della nazione. Ad accendere i riflettori su Giacomo Plezza Maleta, ricordato dai più soprattutto perché il suo nome è legato ad un cavo irriguo, ci pensa la sezione locale di Italia Nostra. 
Con il consueto rigore storico Giovanni Patrucchi pubblica il trentaduesimo numero delle «notizie» targate Italia Nostra. Un viaggio a ritroso nel tempo che catapulta il lettore a metà dell’800, alla (ri)scoperta di un uomo che per decenni ricoprì il ruolo di sindaco di Cergnago, per poi diventare presidente del Comizio agrario di Mortara, senatore nel 1848 e ministro degli interni del governo Casati. Infine, alla veneranda età di 88 anni, Plezza partecipò, a nome del Senato, all’inaugurazione del sacrario dedicato ai caduti nella battaglia di Palestro del 1859. Insomma Giacomo Plezza Maleta giocò un ruolo di primo piano negli anni ardenti ed esaltanti che portarono il Paese all’unità e nel contempo ad una maggiore libertà. 
Giacomo Plezza Maleta è un rappresentante lomellino di quella borghesia illuminata che ebbe in Camillo Cavour l’esponente più alto nel contesto del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia. Plezza nacque a Cergnago il 28 dicembre 1806 nella casa dove visse tutta la vita, ancora oggi chiamata «il castello» perché inglobava resti del vecchio maniero di una famiglia di agiati agricoltori. 
“Egli – raccontano il notiziario firmato da Italia Nostra -  fu fin da giovane attratto dall’attività agraria e quindi, dopo aver conseguito presso l’università di Torino la laurea in giurisprudenza, si dedicò alla gestione del patrimonio familiare rappresentato dalle terre e dai ricavi che da esse ne derivavano.  La sua scelta però, analogamente a quella che Cavour intraprese sui suoi possedimenti di Grinzane e di Leri nel Vercellese, fu ispirata dalla volontà di migliorare la produttività ed il rendimento dei terreni attraverso nuove tecniche relative alla semina ed alla rotazione delle colture ed allo sviluppo dei canali irrigui indispensabili per incrementare la coltivazione risicola. A riprova di questo suo impegno rivolto a favore dell’agricoltura locale che si esplicherà anche in campo politico favorendo interventi pubblici in Lomellina, ci fu la realizzazione del cavo irriguo che porta il suo nome (cavo Plezza) che nasce nel territorio di Tornaco nel basso novarese e, dopo aver favorito l’irrigazione agraria a nord ed a est di Mortara, si getta nel Torrente Arbogna a sud di questa città. Da sottolineare inoltre che l’azione di Giacomo Plezza fu ulteriormente contrassegnata da una notevole disponibilità ed apertura verso la classe sociale rappresentata dai contadini che lavoravano per lui e che ricambiarono tale atteggiamento paternalistico ma positivo appoggiando il suo impegno amministrativo di sindaco di Cergnago per vari decenni”. 
Il passaggio fondamentale che segnerà l’avvio della sua lunga e prestigiosa carriera politica si manifestò attorno al 1845 con l’adesione alla Associazione agraria piemontese, fondata nel 1842, che ben presto ampliò i propri obiettivi originali di sviluppo delle conoscenze e di diffusione di nuove ed avanzate tecniche in campo agricolo appoggiando le spinte democratiche che si stavano organizzando e che puntavano da un lato alla concessione dello Statuto da parte del sovrano e dall’altro all’impegno anche militare per la liberazione e l’unificazione dell’Italia. 
“Plezza – prosegue il notiziario - diventò presidente del Comizio agrario di Mortara, la sezione lomellina dell’Associazione agraria ed in quella veste organizzò il Congresso agrario lomellino dal 9 al 12 di settembre del 1846 che ebbe una straordinaria fortuna non solo per l’importanza dei partecipanti, tra cui le stesso Cavour, e per le problematiche trattate ma soprattutto perché la numerosa partecipazione di esponenti lombardi, allora sudditi dell’Impero austroungarico, favorì continui e palesi auspici affinché si desse il via all’ideale sognato da molti tendente alla liberazione dell’Italia dal dominio straniero. Di quelle giornate che portarono Mortara al centro del dibattito politico nazionale si potrebbe parlarne in un prossimo numero del notiziario. Solo due anni dopo, il 4 marzo 1848, Carlo Alberto concesse lo Statuto che, oltre ad estendere i diritti costituzionali dei sudditi, riformò anche gli organismi legislativi e ciò consentì la nomina di Giacomo Plezza a senatore del Regno in virtù del suo censo avendo pagato da tre anni tremila lire di imposta diretta in ragione dei beni posseduti. Nello stesso anno, che sfocerà nella sfortunata prima guerra d’indipendenza, Plezza venne nominato ministro degli Interni nel breve governo di Gabrio Casati proprio nei giorni tumultuosi dello scontro armato con l’Austria”.  
Plezza continuò a svolgere ruoli importanti nell’ambito della Destra moderata che sedeva nel parlamento torinese godendo della stima e della considerazione del sovrano e dei parlamentari. 
Ne è un esempio la delicata missione a cui fu chiamato da Vincenzo Gioberti già presidente della Camera e poi capo del Governo. Costui, anche alla luce del catastrofico risultato derivante dalla guerra condotta dal Regno sardo contro l’Austria, propugnava una federazione degli Stati che componevano allora l’Italia al fine di estromettere comunque l’Impero asburgico ed in tal senso, con l’approvazione del nuovo re Vittorio Emanuele II, incaricò Giacomo Plezza di recarsi a Napoli presso la corte di Ferdinando II, re delle Due Sicilie, al fine di illustrargli tale progetto e chiederne l’adesione. 
“Le cose però non andarono nel verso sperato – prosegue il racconto - e addirittura il Plezza non venne nemmeno ricevuto dal sovrano borbonico timoroso delle possibili ripercussioni da parte del governo austriaco. Un altro aspetto del ruolo diplomatico del senatore lomellino è stato messo in luce dall’articolo di Marziano Brignoli in cui si documenta l’azione condotta per conto di Vittorio Emanuele II nei confronti di Garibaldi. Giacomo Plezza, pur mantenendo una chiara e coerente adesione alla politica moderata rappresentata dalla Destra ed un’incondizionata fedeltà nei confronti del Re, costruì un positivo e proficuo rapporto di stima nei confronti dell’Eroe dei Due mondi e quindi rappresentò, in più di un’occasione, lo strumento con cui comunicargli le richieste e le preoccupate considerazioni del sovrano. Infatti, dopo la riuscita impresa dei Mille, la fama e la incondizionata simpatia nei confronti di Garibaldi da parte di un numero sempre crescente di Italiani, contribuirono a farne l’esponente della Sinistra desiderosa di proseguire l’impeto rivoluzionario che aveva portato alla sconfitta dei sovrani autoritari e filoasburgici e alla proclamazione del Regno d’Italia. In particolar modo l’astio dei seguaci di Garibaldi era rivolto nei confronti di Napoleone III, imperatore dei Francesi il quale, pur essendo stato determinante nelle vittorie della II guerra d’indipendenza, ora dimostrava la più ferma contrarietà a che si realizzasse il completamento dell’unità italiana in particolar modo attraverso la presa di Roma. Le lettere che vengono presentate nell’articolo di Brignoli testimoniano chiaramente come siano state scritte su espresso invito del Re, prudentemente sotto lo pseudonimo di l’amico  e mettono in luce tutta la preoccupazione, nonché la velata minaccia di intervento, che i richiami alla ripresa dell’azione rivoluzionaria e le parole incendiarie più volte proclamate nelle manifestazioni garibaldine in varie città possano portare ad uno scontro fratricida. Purtroppo anche in questo caso il ruolo di intermediario e di pacificatore che il Plezza si era assunto non ebbe esito positivo e così nell’agosto del 1862 ci fu la spedizione garibaldina che, partita dalla Sicilia, puntava a liberare Roma dal potere temporale del Papa e farne la capitale del Regno. Tale impresa venne fermata dall’esercito regio sui monti dell’Aspromonte dopo un breve scontro a fuoco che però portò alla morte di giovani di entrambe le parti, oltre al ferimento di Garibaldi “ferito ad una gamba”. Giacomo Plezza, senatore ininterrottamente dal 1848 al 1893, fu in più di un’occasione eletto vicepresidente di quella Camera e poi membro della Commissione agricoltura e commercio”. 
Nel giugno del 1893, alla veneranda età di 88 anni, egli partecipò, a nome del Senato, all’inaugurazione del sacrario dedicato ai caduti nella battaglia di Palestro del 1859. Plezza morì nella sua villa di Arona il 4 settembre del medesimo anno ma i suoi resti vennero portati nel cimitero di Cergnago come da suo espresso desiderio.

Luca Degrandi