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Lettere al Direttore

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Per tutti i lettori, quattro pagine dell'ultima edizione.

storico

DICEMBRE 2013

 

 
Lettere al Direttore

Centro città: il mio grazie a Bonfanti


Voglio ringraziare pubblicamente Carlo Bonfanti per il suo semplice, chiaro articolo di grande buonsenso, corredato anche di foto molto significative e inoppugnabili, pubblicato nei numeri precedenti di questo giornale. Se non sbaglio si tratta di una persona che conosce bene le problematiche legate al commercio, perché la sua famiglia ne è stata una significativa rappresentanza.  Egli afferma finalmente, come da decenni sostengo, che il traffico e i parcheggi  in città, oltre al proliferare  malato della cosiddetta “grande distribuzione”, hanno distrutto qualsiasi speranza di una città viva, commercialmente e socialmente. La posizione delle associazioni di categoria come l’Ascom sono veramente al di là di ogni comprensione,  alla prova dei fatti, se ce n’era bisogno.
 Infatti si tratta ormai veramente di difendere una città in coma, tenuta in vita solo da pochissimi coraggiosi esercenti, che non si arrendono . Sarebbe ora però che essi alzassero la voce per chiedere interventi per rivitalizzare il cuore vivo e pulsante di un territorio con le sue peculiarità e la sua identità.
Questo può succedere non in modo artificiale, solo mettendo in piedi manifestazioni episodiche, ma programmando e incentivando il ritorno in centro delle iniziative artigianali e commerciali, col centro precluso stabilmente al traffico automobilistico, con la sua trasformazione  in salotto dove ci si possa incontrare, passeggiare, intrattenere,… Per questo occorrono  incentivazioni fiscali e aiuti concreti a chi va in Comune ad esporre una propria idea, in modo da avere un’amministrazione amica, che faciliti il superamento delle pastoie burocratiche e delle difficoltà economiche.
Bisogna finirla di espandere la città alla periferia, in modo fra l’altro disordinato e anonimo, e lasciare vuoto e in decadenza il nostro centro storico che, pur modesto, rappresenta comunque l’anima del nostro territorio. 
E’ utopia sperare che, dopo gli sfracelli di questi anni, un’amministrazione lungimirante ripensi alla nostra autentica cultura, che aveva come fulcro il nostro teatro comunale e intorno ad esso  immagini rinascano a nuova vita gli edifici con i loro abitanti, le attività artigianali,le attività commerciali di servizio personalizzato, di attenzione e disponibilità, che non hanno niente a che vedere con i” non luoghi” dei centri commerciali?
Chi va “in città” deve trovare qualcosa che  i  “grandi supermarket del di più” non potranno mai dare. Vogliamo riflettere per capire in che cosa consiste questa” diversità” e valorizzarla, coccolarla, difenderla?
Sogno che, quando mia nipote sarà adulta, non dovrà più dire: Che cosa andiamo a fare in centro? Non c’è niente che m’interessa.

Invece uscirà di casa a piedi o in bici, con i propri figli, li porterà” in città” con entusiasmo, mostrando loro gli angoli, le curiosità, i prodotti locali, trovando la risoluzione di una difficoltà, la risposta ad un bisogno, quel certo cibo o quella brava artigiana. (Non lasciamo avvizzire quelle poche che ancora esistono), fermandosi a scorrazzare per le strade, a cercare tutto ciò  che solo le nostre radici possono offrirci: il senso di una terra, il sapore di una vita.
Anna Crotti


Stimata Anna Crotti, certamente ogni volta che si parla del centro di Mortara non si può che restare allibiti a quanto le amministrazioni cittadine che si sono susseguite siano riuscite a “non fare”. Ovvio che noi ci associamo al tuo apprezzamento nei confronti della testimonianza di Carlo Bonfanti. E non potremmo fare altro visto che sotto la mia direzione L’Informatore Lomellino si batte da 25 anni per far rinascere il centro urbano mortarese.
Oltre alle decine di servizi giornalistici, ricordo un’assemblea in sala consigliare, mi pare nel 1997, fino alla riunione a Palazzo Cambieri, nel 2013, indetta dal giornale, presenti il sindaco Marco Facchinotti e i rappresentanti di tutte le forza politiche. Tutti si erano detti d’accordo nel voler regolamentare il traffico nel centro, ma non si è fatto nulla.
Ricordo ancora che nel 1990 l’amministrazione comunale del sindaco Giuseppe Abbà aveva commissionato al Collegio degli Ingegneri della provincia di Pavia uno studio intitolato “Mortara proposte di riassetto della viabilità e di isola pedonale” di grande autorevolezza tecnica. Studio di cui conserviamo copia, che poi fu del tutto ignorato dai governi Lega – Foza Italia che dal 1992 ad oggi si sono alternati. Insomma stimata Anna Crotti, il tema del centro città è stato dibattuto sino alla nausea, decine e decine di volte, tutti sono d’accordo che Mortara non deve essere lasciata così, ma i sindaci che si sono susseguiti da Robecchi (13 anni) a Spadini (5 anni) fino a Facchinotti  (6 anni) cosa hanno fatto per rinnovare il centro?.  Dico cosa hanno fatto fontane chiuse a parte...
Tu poi citi l’Associazione commercianti, Ascom. 
Io aggiungerei solo che l’Ascom, che si è identificata con il duo Paolo Amisano – Battista Corsico per una trentina d’anni, piazza da sempre suoi personaggi ai vertici del governo cittadino, ricorderei gli assessori Monica Panza, Fabrizio Giannelli, la compianta Patrizia Guffanti, fino agli attuali Luigi Granelli e allo stesso sindaco Marco Facchinotti.
Personalmente credo che Ascom sia un’associazione privata che in nessun modo ha facoltà di decidere in tema di viabilità a Mortara e mi pare di capire che a Mortara il termine commercio si identifichi soprattutto con la sagra. Mi sbaglio? Persino le luminarie natalizie sono state un momento di orgoglio per il comitato sagra!
Per il resto credo che Ascom di Mortara abbia motivi per riflettere, guardando al commercio locale. Scusa, cara Anna, ma hai provato a passeggiare nel centro mortarese durante queste feste natalizie? Ti sembra che sia “normale”?
Negli ultimi 25 anni il centro di Mortara è stato ed è ignorato dalle istituzioni, però pensare che la colpa sia di Ascom fa ridere, perché Ascom non rappresenta che un pugno di sopravvissuti agli errori di uomini della città. Tantissimi errori. E se poi un sindaco, come dici tu, si fa dettare l’agenda da un’associazione privata allora significa che non dovrebbe fare il sindaco.
Infine la grande distribuzione. Beh, il fenomeno della grande distribuzione non è certo mortarese, anche se a Mortara la presenza attuale di sette centri commerciali (due Gulliver, Penny, Lidl, Bennet, Famila, Md) e di tre enormi empori cinesi sembra abbondante per una cittadina di appena 15.000 abitanti.
Ma credo non si scopra nulla  se si nota che la politica nazionale che governa l’Italia da 25 anni certamente ha favorito i grandi gruppi economici e i grandi poteri economici, a scapito delle realtà minori. Insomma, per dirla come un mio amico pochi giorni fa, cara Anna, se un negoziante, un piccolo imprenditore o un coltivatore, oppure un artigiano votano per Berlusconi o Salvini o Renzi (non vedo quale sia stata la reale differenza) credo sia un po’ matto, oppure masochista.  Credo che non vi possano essere letture molto diverse, a parte le ideologie, ma quali ideologie?. Io ricordo che l’ultimo decreto a favore delle piccole realtà economiche si  chiamava “Decreto Bersani”.  E vorrei che oggi qualcuno spiegasse cosa è stato fatto in 25 anni per tutelare dal tracollo gli esercenti o gli artigiani o i coltivatori.  Per quanto riguarda l’odierno ministro dell’agricoltura Martina credo non sia il caso di fare ulteriori commenti.
Chiudo con un ricordo nostalgico: tu, Anna Crotti, oltre 20 anni fa avevi proposto di trasformare piazza Silvabella in un parco alberato che avrebbe rianimato il centro città. Invece a Mortara i parchetti li fanno in periferia, dove non servono a nulla.
Quel ricordo ti fa onore, perché è portando il verde in centro che si salvano le città. Noi abbiamo proposto la stessa cosa per valorizzare l’area ex tipografia Barbé, a lato di San Lorenzo, certamente oggi trasformata in un buco poco adatto a un centro città che si rispetti. Ma siamo certi che il risultato sarà identico a quello ottenuto dalla tua proposta: nessuno.
Così Mortara continuerà ad avere un centro impraticabile, come mostrano le foto di Carlo Bonfanti, la città continuerà a morire, gli stabili del centro a deteriorarsi, i parchetti resteranno solo un Wc per cani e i sindaci seguiteranno a girarsi dall’altra parte di fronte ai problemi.
Giovanni Rossi

Elezioni: è tempo di comica finale

Tranquilli, va tutto bene. Ma quale crisi? Ma quale disoccupazione? In Italia è ripartita l’inflazione, le famiglie scoppiano di soldi, sparirà in canone della Rai, niente bollo dell’auto e si camperà fino a 120 anni. Con la data certa delle elezioni a inizio marzo, la penisola con le pezze nel sedere è salita allegramente sul palcoscenico della comica finale. Finale, si spera, per il destino di chi ha trasformato l’Italia nella nazione europea che vanta i peggiori record.
Tutta la macchina propagandistica a reti unificate si è messa in moto con due scopi precisi: il primo è inneggiare ad un’unica forza politica che va da Berlusconi a Renzi, passando per Salvini, Verdini, Rutelli, la Meloni e compagnia cantante, e il secondo è accusare di qualsiasi misfatto il Movimento 5 Stelle, liquidato come “populismo” persino da questo presidente della Repubblica. Esattamente come faceva l’altro.
E dunque se le differenze sociali aumentano e se i super ricchi (si intende quelli da 150.000 euro l’anno in su) non pagano le tasse, basta fare il solito giochino della media per scoprire che i cento milioni  l’anno guadagnati in più dal mafioso di turno, significano mille euro in più per centomila famiglie di poveracci.
E poi basta chiamare contratti a tempo indeterminato i contratti di lavoro dove possono licenziarti in un quarto d’ora per poter affermare che esiste meno precariato.
Insomma per fare la comica elettorale, quella che dilagherà soprattutto nei finti programmi di intrattenimento, dove qualche puttanone racconta come il successo non sia frutto di fatica ma passi per l’elastico delle mutande, o dove si racconta come è bello stare tre mesi in vacanza con un calciatore idiota. Altroché spaccarsi la testa sui libri, altroché meritocrazia, qui per diventare ministra basta avere un padre banchiere o fare qualche foto nuda su un calendario: lo garantiscono i governi di Silvio Gentilrenzi.
I governi che in 25 anni non hanno fatto niente di quello che oggi promettono. I governi che dovevano tassare i grandi gruppi che comandano su internet e ingoiano cifre enormi esentasse, ma per colpa di una virgola è saltata la legge. Che strano! Invece non sono saltati gli aumenti di luce e autostrade, gli aumenti che colpiscono allo stesso modo il papi di Renzi (che è strainnocente) e il poveraccio che lavora part time la domenica in una pizzeria.
Perché questa è la prima regola della comicità: fare il contrario della realtà, portare lo spettatore – elettore in un mondo di fantasia, dorato, spumeggiante, che dura solo il tempo di fare quella bella croce sulla scheda elettorale, che significa  andare avanti con il placido Gentiloni.
I cittadini chiedevano giustizia? E loro hanno imbavagliato le intercettazioni telefoniche, un tema così caro all’antico Silvio, che l’amico Gentiloni glielo ha regalato sotto l’albero di Natale.
C’erano quelle cinque o sei banche da sistemare, e lo hanno fatto, tagliando le pensioni ai poveracci, i treni e gli ospedali, le scuole e gli asili. Insomma dando ai ricchi per poi chiedere i voti ai poveri.
Ed ora è il momento dei voti dei poveri. I voti come salvacondotto per altri cinque anni di godimento di pochi sulle spalle dei tanti, i voti per far governare chiunque, da destra a sinistra, da ex padani ad ex fascisti, da ex comunisti ad ex radicali, a patto che siano gli stessi che hanno distrutto la democrazia in Italia, che hanno rubato il futuro ai giovani, donato a centinaia di migliaia di immigrati una paghetta mensile che è doppia della pensione della metà degli italiani.
E a tranquillizzare i poteri forti, le banche e le multinazionali ci ha pensato subito Silvio Berlusconi, che ha annunciato, tre mesi prima delle elezioni, che il governo resterà affidato a Gentiloni. In realtà il Silvio dovrebbe essere il capo dell’opposizione a Gentiloni, ma si sa gli affari non hanno ideologie e i soldi non puzzano.
I cittadini chiedono giustizia e lotta alla corruzione? E la politica italiana ripropone l’unico ex presidente del consiglio che è riuscito a farsi condannare in Italia, difeso da un avvocato – senatore pagato dagli italiani. E al fianco di questo ex presidente del consiglio (ineleggibile) un altro ex presidente del consiglio che da rottamatore è diventato difensore di banche e banchieri.
Se si prova a guardare alla moviola gli ultimi cinque anni di storia italiana c’è roba da non credere. Fiumi di soldi spesi per linee ferroviarie dove viaggiano treni ad alta velocità semi deserti e linee pendolari disastrate. Palazzoni di Expo che restano cattedrali nel deserto e scuole senza aule, referendum che dovevano cambiare la Costituzione non si sa perché, tasse in continuo aumento per i ceti meno abbienti e in costante diminuzione per i ricchi, piccole imprese schiacciate dei grandi gruppi, artigiani e commercianti soffocati da tasse e leggi punitive, mentre governi non eletti da nessuno si passavano la mano con il massimo sprezzo della democrazia.
Ma a inizio marzo si voterà. E non ci sarà comica capace di farci perdere la memoria.
T. Nello

Un sincero grazie da Ceretto

Stimato Direttore,
attraverso le pagine del “Lomellino” desideriamo raccontare una splendida iniziativa avvenuta a Ceretto in favore della Parrocchia. In occasione del Santo Natale, ancora una volta, grazie alla generosità di Peppino e Giovanna, cartolibreria di Mede, abbiamo realizzato oltre duecento piccoli presepi benedetti da don Giuseppe Bressanelli alla prima domenica d’Avvento. Grazie alle tantissime persone che hanno contribuito all’acquisto abbiamo raccolto mille e 115 euro destinati alle spese della Parrocchia del paese. Ringrazio a nome della comunità parrocchiale tutte le persone che hanno contribuito al successo di questa iniziativa. Grazie e buon 2018 a tutti.

Domi Polenghi

Quale speranza?

Caro direttore,
intanto, Buon Anno. Poi per dire che ho appena riletto il suo editoriale del 13 dicembre appena passato e dal titolo: “Il Natale dell’altro mondo”. Che condivido in tutto e al quale vorrei modestamente aggiungere qualcosa, magari saltando di palo in frasca. A partire da un’affermazione iniziale che mi farà perdere ogni credito. Consapevole del fatto che, alla mia età, ormai puoi dire, e liberamente, qualsiasi castroneria. E se abbaieranno pure i cani, pazienza. Eccola: quando anche l’ultima pallottola sarà sparata, e quando l’ultima offesa sarà sputata in faccia, tre sono  le cose che salveranno il  mondo e l’uomo dall’alienazione: la Bellezza, l’Amore e la Poesia. L’ho detto, e così, da subito, chi vuole può andare oltre, ad altre notizie, senza leggere il resto.
Se davvero le cose stanno come lei dice – e purtroppo è così – mi chiedo dove mai possiamo trovare un filo di speranza. In quali luoghi dimenticati dobbiamo andare per ramazzare su briciole di quella?
Mi chiedo se c’è in giro qualche maniglia a cui attaccarsi, che non sia quella del solito tram di passaggio?
Una boa o un relitto qualsiasi cui aggrapparsi per non andare a fondo? E chiedermi ancora in quale maledettissimo labirinto ci siamo persi e in quale foresta ci siamo smarriti? Dove, la bussola ci è caduta di tasca?
Quale veleno ha ammorbato le acque che beviamo? Dove e come e quando è avvenuto il momento “fatale”?
Se per metafora prendiamo l’acqua, credo che l’avvelenamento sia avvenuto molto a monte di quel fiume che chiamiamo Vita. Minimo, dobbiamo risalire la corrente di un trentennio. Dove, tra le tante cose, si è vista l’affermazione dell’espressione “Fregatene”. Dai e dai, ci siamo fregati per davvero. Al mio paese c’era un detto, che se valeva allora figuriamoci oggi, ma a dire anche che poi, gira e rigira, sotto il sole camminano un po’ sempre le stesse cose. “I’uma mangià l’bucin int’la panscia d’la vaca”, abbiamo mangiato il vitello ancor prima del tempo, tanta e tale era l’ingordigia. A un certo punto nel trogolo, oltre che con il grugno, ci siamo entrati con mani e piedi.
Pur di avere latte, abbiamo munto usando guanti abrasivi, fino a consumare i capezzoli delle vacche. Ingoiare tutto il possibile oggi, senza un minimo di visione futura. Esagerato? Massì…
Però ricordo benissimo i tanti ottimisti alla finestra, ad aspettare che altri facessero anche la loro parte di lavoro; che si assumessero anche parti delle loro responsabilità. Me li ricordo benissimo. Come altrettanto bene ricordo i “pessimisti”, quelli che per tirare avanti la baracca si sono dannati l’anima e in qualche caso sputato il fegato a pezzettini. Quei “pessimisti” a dire: “Guardate che mica tutto ciò che è lecito è anche onesto”. A dire: “Ma vi pare il caso di far scorrere un fiume d’acqua solo per tenere al fresco un’anguria? Non capite che un giorno quest’acqua sarà un bene preziosissimo, da costare quanto l’oro?”. Niente da fare. La solita risposta come un disco rotto: “Fregatene! Che tanto mica la paghiamo noi!”. Già. E chi altri? Egoismo e visione corta.
Un giorno incontro il  mio “vecchio” Comandante, come me ormai fuori uso e gli chiedo come avesse potuto un “duro” come lui mollare così tanto le redini? “Cosa avrei dovuto fare? Rovinarmi la salute e la carriera per le vostre belle facce?”. Sono passati pochi anni dacché, anche lui come altri pompieri, è andato a “dormire sulla collina”. Il suo elmetto posto sopra la bara mi fece stringere il cuore. L’ultima volta che mi sentii pompiere nel cuore. La fine di un sogno dalla sorgente molto lontana…
Come ho anticipato, mi si lasci saltare di palo in frasca, anche per parlare di  una cosa, comune in tutto il mondo, ma nella quale siamo dei veri specialisti: il “voltagabbanesimo”. Eleviamo i nostri eroi, i nostri condottieri, i nostri leader (anche certi poeti) in alto, sempre più in alto, per poi abbatterli con più soddisfazione, tra urla e battimani. Siamo fatti così, sempre alla ricerca di un agnello sacrificale, qualcun altro sul quale scaricare le nostre colpe e le nostre pochezze in catarsi collettive. Con lanci di monetine contro gli eroi e i leader decaduti. Monetine che sarebbero dovute, in certi casi, finire in bocca e poi nella pancia dei “lanciatori”, fino a provocar loro coliti dolorose. Fino al famoso “Di Pietro, facci sognare!” di Tangentopoli, della “Milano da bere”.
Lo stesso Di Pietro ora quasi sparito, tenuto in vita da non si sa cosa. “Evviva! Evviva!” Poi lo scherno, la dimenticanza: “Di Pietro chi?” (a me non è mai stato simpatico).
Il lavoro.
Mettiamo che domattina, per miracolo, sorgessero a Mortara dieci, cento gru per altrettanti palazzi da costruire. Quale sarà la percentuale dei  muratori e manovali italiani? Credo molto bassa. Mentre a dismisura cresceranno le agenzie immobiliari, gestite da italiani. E allora? Il lavoro sì, ma quale?
Mettiamo che da domani tutto funzionasse alla perfezione, dal Governo fino all’ultimo, piccolo Comune. Bene. Basterebbe quello perché noi, automaticamente, diventassimo Cittadini Civili e Rispettosi? Basterà quello per eliminare tutto il sudiciume e le porcherie che lasciamo dappertutto? Basterà quello per non vedere più fossi e fontanili diventati discariche? Basterà quello per non vedere i miei amati “ponti” conciati come sono, per la grande e indifferente maleducazione imperante? Temo di no, neanche se vivessimo nella Città Perfetta. Poi, certo, tutto quello che non va è solo e sempre colpa degli altri. Se il mio contratto di lavoro dice che  devo pulire fino a lì, piuttosto che un metro in più ne faccio uno in meno. Lo stesso farà quello dall’altra parte, con il risultato di due metri di terra di nessuno che nessuno pulirà. Poi, chissà perché il bisogno che siano altri a dirci cosa dobbiamo fare, o non fare. Ce lo deve dire il Sindaco, con un’ordinanza, che non va bene gettare cartacce  o altro per le strade? Che bello sarebbe se le pulci ogni tanto le facessimo a noi stessi!
Dunque, tutto perso e la speranza pure?
Ma neanche per sogno. Il domani ha in serbo quanto di meglio ci sia: i giovani. Loro saranno la speranza. Ai quali, volenti o nolenti, dovremo consegnare le chiavi future. La mia, piccola, modesta e arrugginita, l’ho già consegnata da tempo. Incontro le loro facce, belle e pulite, e penso che saranno capaci di fare cose che noi, ora, nemmeno immaginiamo. Guardo i loro occhi limpidi e vedo riflessi i volti della speranza. Anche la mia, al di là degli anni e del tempo. Loro, e non altri, sono il futuro. Quel futuro che, per ora, pare loro negato. Ma sarà loro, e forse sapranno anche raddrizzare le nostre e troppe storture. Magari riparare anche i miei amati ponti, feriti dalla troppa indifferenza. A loro, e per finire, un grande augurio di buon lavoro. Con la speranza che sappiano collocare i social media nel posto giusto (prima che sia troppo tardi) e fuggire dalla trappola in cui per ora li abbiamo cacciati. Speriamo.
Ultimissima: se la temperatura va di pochi gradi sottozero, giornali e telegiornali avvertono di “temperature polari in arrivo”. Forse il gelo ce l’hanno solo in testa.
Mi chiedo fino a che punto la notizia è sana o matta? Comunque in quei 4 o 5 sottozero io e Muso, l’inseparabile amico a quattro zampe, ci stiamo benissimo. Ci mettiamo in cammino che ancora ci sono le stelle e la campagna tutta è un manto candido di brina. La cascina, timida, là in fondo, il belare di un gregge ancora oltre… e pare di essere immerso in una favola. Piano, esce il sole, rosso fuoco e il bianco qui e là diventa rosato. Tutt’e due lo fissiamo immobili, con Muso, come d’abitudine, a salutarlo con un abbaio. Non è una fake news, ma solo una piccola e splendida realtà. Perché – e qui rischio di perdere del tutto quel poco di credito rimasto – quando Bellezza, Amore e Poesia s’incontrano, dallo strano connubio nasce Armonia. A questo punto è più che lecito ridere a crepapelle. Mi scuso, caro direttore, per lo spazio rubato e prometto di scomparire per un bel po’. Grazie.
Mario Omodeo

P.S. E che dire degli ottimisti di allora, che incontri oggi e…  “Quelli sì, che erano bei tempi!” Mandarli a quel paese sarebbe poco.

Stimato signor Omodeo, grazie davvero della sua testimonianza, come sempre giudiziosa e piena di buoni e non comuni sentimenti.
Credo che proprio essersi accanita, in ogni modo, contro i giovani, sia la maggiore e imperdionabile colpa della classe politica decrepita, al di là del calendario, che da 25 anni governa in modo indecoroso l’Italia.  I giovani vanno ascoltati, devono avere la possibilità di essere aiutati a farsi spazio, valorizzati, non usati in modo malvagio per fare da predellino a vecchi ladroni pronti a ogni scorribanda, per i quali non ci sono giustificazioni. Basta!
Giovanni Rossi

Da Sant’Angelo in viaggio alla fine del mondo

Per noi viaggiatori incalliti e amanti dell’avventura, la Patagonia era il  sogno nel cassetto da tempo, un luogo a detta di molti  incontaminato e ideale per chi ama la  natura e le vacanze spartane.
Abbiamo cominciato a organizzarlo in primavera, prenotando solo i voli e l’auto poiche’ non ci aggreghiamo mai a tour organizzati, costa troppo e non ci permetterebbe   di  viaggiare in piena liberta.
Siamo partiti all’inizio di novembre, in Patagonia inizio estate, periodo  particolarmente adatto e con temperature, si fa per dire, abbastanza miti, le ore di luce sono  molte, ci siamo  portati abiti  ed equipaggiamento invernale.
Da Santiago del Cile, abbiamo preso un volo interno per Punta Arenas, e in una  bella giornata soleggiata e freddina, cielo terso blu intenso,   prelevata l’auto siamo  partiti  verso la grande e immensa pianura spazzata dal vento, sullo sfondo  le cime altissime  e innevate dalla Cordigliera delle Ande,  i ghiacciai luccicavano al sole.
Durante il tragitto fino a Puerto Natales abbiamo cominciato a capire cosa e’ la Patagonia.
E’ una terra che molti credono inospitale e fredda, ma non e cosi. Qui l’uomo ha un’importanza marginale, deve adattarsi a vivere e rispettare  una natura bellissima, selvaggia ,indomabile, a volte brutale, e su tutto   questo domina il  vento.
Il  vento e’ incessante, arriva all’improvviso in  folate piu o meno forti che  ci hanno accompagnato per tutto il periodo del nostro soggiorno.
Sulla strada abbiamo incrociato poche auto ,si vedono fattorie isolate, estese praterie cintate dove pascolano  centinaia di  pecore e   mucche allo stato brado.
Puerto Natales e’ un delizioso  paesino con casette colorate  adagiato sulle spiaggie del Pacifico Meridionale, uno degli ultimi paesi  della Patagonia cilena, il clima qui  non e’ particolarmente freddo, e’mitigato dalla corrente  dell’oceano.
A proposito, in questo piccolo centro c’e una statua in granito   di Alberto De Agostini italiano poco conosciuto in patria, sacerdote, cartografo, naturalista, scrittore che  dagli inizi del 1900 al 1956  esploro’ e mappo’ la  Patagonia e la Terra del Fuoco,  e aiuto’ gli indio nativi che lo chiamavano affettuosamente Padre Patagonia
Il mattino dopo ci  siamo aggregati  a un gruppo internazionale con guida madre lingua italiana,   e per tutto il giorno abbiamo esplorato e camminato  nel Parco del Paine, tra bassi boschetti di faggi, piccoli fiori coloratissimi che si possono osservare per poche settimane all’anno,  laghi artici che  scendono dai ghiacciai del Cierro, la grande cascata del Sialto Grande, e sulle sponde della laguna Grey abbiamo visto i  primi iceberg.
Abbiamo anche visto, cosa non  frequente, un puma che stava mangiando un guanaco appena cacciato.
Il vento contribuisce a mantenere il cielo senza nubi e umidita’, cosi  abbiamo  visto  nitidamente  la cima del Cierro e le tre Torres del Paine.
Qualche giorno dopo abbiamo  attraversato  la frontiera e siamo entrati  nella Patagonia  Argentina. Decidiamo di visitare il gruppo Les  Glaciaeres. Cioe’ il  Massiccio del Fritz Roi e il ghiacciaio  Perito Moreno.
Qui si viene per  ammirare questi ghiacciai famosissimi e devo ammettere che la fama e’ altamente meritata.
Ci siamo fermati nel pittoresco paesino di El Chalten sovrastato dal temibile massiccio del Fritz Roy e alloggiato in un  simpatico e allegro  ostello pieno di giovani che  arrivano da tutte le parti del mondo,  e’  un paradiso per gli amanti del trekking.
Ci siamo avviati per i ripidi sentieri fino ad  arrivare  alla laguna Capri e ammirare, anche qui con la fortuna di una giornata splendida, le cime e il ghiacciaio che scende a  formare  il  grande lago Vedma. L’acqua che scende dal ghiacciaio e’ talmente  pura che si puo’ bere.
Abbiamo Ripreso l‘auto e siamo arrivati al Parco Nazionale del Perito Moreno.
Per non incappare nella folla dei turisti vocianti che arrivano con grossi pulman e intasano la strada, siamo partiti presto al mattino e prima delle 9 ci siamo  imbarcati sul catamarano che naviga sul lago Argentino, e porta sotto al Perito Moreno.
E’ stata un’esperienza fantastica, il gigante ci ha lasciati a bocca aperta, tra il fragore degli iceberg che si schiantano da un altezza di piu di 70 metri dentro al lago e’ impossibile rimanere insensibili.
Con tutta calma abbiamo fatto un sacco di foto e passeggiato  sulle passerelle  ancora deserte godendoci in pieno questa meraviglia della natura.
Dopo qualche giorno abbiamo lasciato   la Patagonia e siamo partiti  con un volo di  un’ora da El Calafate verso la Terra del Fuoco e sotto  una vera tormenta di neve  siamo atterrati a  Ushuaia, il paese  alla fine del mondo.
Il paese e’ incastrato in una conca tra  un mare scuro e quasi sempre in tempesta e montagne altissime, dal porto partono le spedizioni e le crociere (prezzi improponibili) verso l’Antartide.
Qui finisce la route n.5, siamo in una  vera terra di frontiera,tutto e’ stato costruito   dagli italiani nel 1948 in modo caotico e senza un preciso piano urbano,un accozaglia di casette colorate  e in ogni stile immaginabile  ma  la gente e’  simpatica e allegra.
Abbiamo alloggiato in un hotel sul Canale di Beagle di fronte alla laguna. Il tempo cambiava continuamente, neve, pioggia,  sole,  il vento anche qui e’ sempre presente.
Facciamo un trekking nel Parco  della Terra del Fuoco, bello ma dopo quello che abbiamo  visto i giorni passati e’ un po deludente, invece la crocierina  di qualche ora sul Canale di Beagle e’ stata interessante. Leoni marini in quantita, cormorani reali, siamo arrivati fino al faro dove si uniscono i due oceani, e siamo sbarcati  su un’isolotto spazzato da un   vento  freddissimo  dove crescevano solo muschi e licheni, tipica vegetazione antartica. Oltre  piu’ nulla, solo isolotti deserti.
Lasciamo Ushuaia con una strana sensazione di abbandono, di tristezza, sapendo di lasciare  un posto dove sicuramente noi come  tanti altri non torneremo mai piu’, perche’ e’ alla fine del mondo.
La grande avventura e’ praticamente finita, prendiamo il volo per Buenos  Aires  dove ci attendono cinque giorni di caldo, di riposo  e pura vida, ma abbiamo  dentro di noi ricordi indelebili che ci accompagneranno per  molto, moltissimo tempo. 

Pinuccia Butté

 
 
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