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4 pagine

Per tutti i lettori, quattro pagine dell'ultima edizione.

storico

DICEMBRE 2013

 

 
L'Editoriale
di Giovanni Rossi

Risicoltura in cerca di verità

 

 

I problemi della risicoltura oggi sono complessi e concentrici, e tutti quanti, come per uno scherzo del destino, sono capitati insieme. O meglio, sono capitati insieme perché nessuno se ne è curato prima.
Il problema di partenza è che il riso è una materia prima dell’alimentazione, che ha un bassissimo valore e una bassissima incidenza sul “piatto” che finisce in tavola. Come spieghiamo in altra parte del giornale, un piatto di risotto, che costa 8 - 10 euro almeno in ristorante, ha come incidenza massima del prezzo del riso circa 10 centesimi. Vale a dire che il “valore” del riso si moltiplica cento volte passando dall’azienda agricola al piatto di un ristorante: sono dati chiari e inconfutabili. Il riso ha anche una bassa possibilità di caratterizzazione: vale a dire che nessuno può capire dove un riso sia coltivato, come sia coltivato, e ben raramente di quale varietà sia.
Dunque trovare strumenti di marketing, come un marchio di “garanzia” (si fa per dire), significa usare il tirasassi per combattere contro i carriarmati. Insomma, per carità, non si confonda il vino con il riso!
Apriamo e chiudiamo, per pietà, il tema dell’agricoltura biologica, dove in fatto di marchi e marketing in Italia si è fatto davvero di tutto e di più.
Il secondo grave problema è che l’Europa governata dai banchieri non ha alcuna intenzione di calmierare la globalizzazione, perché rende una valanga di soldi a chi comanda. Le importazioni di riso, se da una parte mettono in braghe di tela i risicoltori, dall’altra rendono tantissimo a industrie, mercanti e grande distribuzione. Dunque è irragionevole che la catena più debole della filiera riso, gli agricoltori, possa andare contro gli interessi degli anelli più forti.
L’assessore Gianni Fava dovrebbe avere il coraggio di dirlo, quando passa dalle nostre parti, almeno.
Il terzo grave problema è che coltivare riso in monocoltura, come avviene da molti anni, significa avere sempre più problemi e più costi di produzione. Lo si dice da sempre, tra gli sberleffi dei soliti furbi, ma oggi le aziende devono fare i conti con infestanti sempre più resistenti, erbicidi sempre più costosi, prospettive sempre più nefaste sulla possibilità di arginare le difficoltà della mono successione in campo.
Insomma fare riso nella “Valle del Po” significa avere sempre più difficoltà e ambire a quotazioni di mercato sempre più basse in termini reali.
Perché comunque, come dimostra la storia dei prezzi di riso e risone, le diminuzioni dei prezzi alla produzione si traducono in maggiori utili per gli altri attori della filiera.
E inoltre il consumatore oggi premia prima di tutto il prezzo e l’Italia non potrà mai competere nei prezzi con la risicoltura asiatica.
Oggi invece la risicoltura ha urgente bisogno di un’operazione verità che ben difficilmente potrà essere portata avanti da personaggi cresciuti e ingrassati in quell’italietta dei furbi che domina la scena delle istituzioni e degli organismi economici di rappresentanza dei produttori, in ogni settore.
Insomma, con quale coraggio si può pensare di infinocchiare il consumatore mettendo un marchio di qualità a un riso che può tranquillamente essere coltivato tra i fanghi?
Parliamo di fanghi di aziende finite in enormi guai giudiziari, come la Cre di Lomello. Un marchio di qualità non è un trucchetto per promuovere il riso con un semplice timbro o un’etichetta di fantasia, ma è una conquista, una garanzia reale, vera. Altrimenti si finisce come nella galassia dei prodotti cosiddetti biologici e i problemi restano intatti. Solo con qualche furbetto in più.
Dunque, se il prezzo alla produzione del riso diminuisce e le importazioni aumentano, come accade e accadrà, l’unica via per far sopravvivere la risicoltura è coltivare meno riso in quelle vastissime aree dove la risicoltura stessa non è l’unica possibilità colturale.
Cioè, parlando dei fatti nostri, la stragrande parte della Lomellina, dare garanzie non solo sulla provenienza geografica, ma sulla salubrità vera del riso. Cioè puntare a coltivare riso con meno sostanze chimiche e, ovviamente, senza fanghi.
I mediatori, gli agricoltori, le industrie risiere se ne facciano una ragione. E le istituzioni aiutino subito a facilitare le alternative al riso presso le aziende agricole, evitando di illudere che il riso possa rimanere una coltivazione privilegiata.
In questo modo si arriverà alla rotazione colturale, praticata da millenni in tutto il mondo, unica via per evitare l’affermarsi di patologie e infestanti sempre più difficili da combattere.
Tutto il resto sono strumenti inutili per rimandare le uniche scelte efficaci e quella verità che, prima o poi, la risicoltura italiana dovrà affrontare, dentro o fuori la valle del Po.






 
INFORMATORE LOMELLINO - Dir. resp. Giovanni Rossi
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