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Per tutti i lettori, quattro pagine dell'ultima edizione.

storico

DICEMBRE 2013

 

 
L'Editoriale
di Giovanni Rossi

Rifiuti, omissioni ed errori

Il convegno della scorsa settimana di AsMortara segna una svolta di grande importanza, a livello nazionale.
Parlare di “minimizzazione” di un rifiuto, in questo caso quello “scottante” che si chiama fanghi, in Italia sembra un fatto rivoluzionario, quasi destabilizzante. Sembrerebbe banale che per affrontare il complicato destino dei rifiuti si parta dal ridurli, ma da noi non è così. Anzi, il contrario.
I rifiuti in trent’anni sono diventati in Italia quasi un patrimonio dell’umanità, una specie di gallina dalle uova d’oro, anche di fronte a casi devastanti, come quanto succede nella capitale, come la tragedia della Terra dei fuochi nel triangolo napoletano, come il caso altrettanto clamoroso dello smaltimento dei fanghi in Lomellina, dove sono ammassate sette ditte di smaltimento. E dove esistono appezzamenti di terreno destinati alla coltivazione che da vent’anni sono caricati in continuazione, anno dopo anno, da questa parte solida di rifiuti. Che sempre rifiuti sono.
Un caso?
Certamente no, perché attorno ai rifiuti sono nati interessi colossali, miliardi di euro che finiscono inevitabilmente per pesare sulla salute e sulle tasche dei cittadini. Interessi che hanno coinvolto direttamente organizzazioni mafiose, come confermato da innumerevoli inchieste giudiziarie.
Anche in Lomellina.
Ma in Italia, invece di pensare a come ridurre i rifiuti, si sono trovate le strade più complicate per fare costare di più il loro smaltimento, dalle montagne di “ecoballe”, (che balle sono e restano) alla realizzazione di colossali termodistruttori, fino ad avere una quantità di fanghi da smaltire da primato assoluto. E invece i rifiuti, fanghi compresi, si possono e si devono ridurre, esattamente come proposto dal progetto encomiabile di AsMortara.
Facile dire che il caso rifiuti si inserisce in un panorama di sfascio italiano che passa attraverso viadotti che crollano, strade colabrodo, treni che non partono o raccomandate che arrivano dopo un mese, vigili che timbrano il cartellino e poi vanno in palestra, disoccupazione che sale alle stelle, miliardi dati a banche gestiti da buffoni e così via.
Ma attaccarsi anche ai rifiuti sembrerebbe assurdo, e invece no.
Eppure ridurre i rifiuti civili e industriali non è affatto complicato ed è esattamente quello che accade in tutte le nazioni civili. Tranne che in Italia. Perché in Italia i rifiuti sono un affarone, più o meno legale, che ingrassa una grande nebulosa fatta di appalti, di ditte pubbliche e private che producono guadagni proporzionali alla quantità di rifiuti.
Basterebbe pensare che gli stessi supermercati presenti in Italia, all’estero applicano il recupero dei contenitori di plastica.
Ovviamente lo fanno perché sono comandati a farlo.
Funziona così: all’ingresso dei supermercati tedeschi esiste una semplice macchina che tritura le bottiglie di plastica delle bibite. Chi va a far la spesa si porta nel sacchetto le bottiglie, le mette nel trituratore e riceve un piccolo riconoscimento economico, magari dei punti su una tessera a premi della catena.
Inoltre, sempre all’estero, semplicissima e usatissima è la tassa sugli imballaggi, vale a dire un costo che colpisce il rapporto tra peso netto e peso lordo.
Ad esempio se per vendere un etto di biscotti c’è un altro etto di carta o plastica la ditta che li offre paga una tassa superiore ad un’altra che che ha un minore peso dell’imballaggio, ricordando che imballaggio sempre significa rifiuto.
Inoltre una pesante tassa colpisce tutti i prodotti usa e getta: basterebbe pensare ai fossetti delle risaie ingombrati da accendini scarichi gettati via per capire l’enorme quantitativo di materiale usa e getta che finisce tra i rifiuti. Pensiamo alla messa enorme di abiti sintetici che diventano un rifiuto complicato da smaltire, a quanti contenitori in meno si avrebbero incentivando la vendita dello sfuso, a tutti i livelli.
Un discorso che ancor più vale per le produzioni industriali, perché la facilità a smaltire i rifiuti che esiste in Italia, in realtà, frena processi industriali evoluti in cui diminuisce la quantità di rifiuti generati da sistemi produttivi antiquati.
Il problema di fondo è che con lo slogan della lotta alla “Politica del no”, con cui si sono criminalizzati i “No Tav”, contrari al traforo della Val di Susa, o i “No Tab” contrari alla mattanza degli ulivi in Puglia, si è fatto passare e dilagare un “Sì” generalizzato a tutto, anche quando questo significa un vero disastro ambientale ed economico.
Insomma chi teme che nuove infrastrutture danneggino l’ambiente è un anti sociale, un nemico del progresso.
E invece è sacrosanto l’esatto contrario.
Perché da sempre sono i divieti che spronano la ricerca e non i via libera incondizionati.
Pensiamo al “dramma” del divieto dei sacchetti di plastica della spesa, che, al contrario, non ha in alcun modo influito sui consumatori; pensiamo al divieto dell’amianto che sembrava dover lasciare industrie e capannoni senza tetto, e invece nessuno ha subito danni.
Insomma sono divieti che fanno avanzare il progresso, che piaccia o no.
Ora da Mortara, grazie ad Asm arriva un segnale forte e positivo.
Se ne accorgeranno a Roma e a Milano?
Giovanni Rossi





 
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